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10/4/2008 Le élites in pericolodi ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Il fenomeno si era già manifestato qualche giorno fa con il voto della Camera dei Rappresentanti contro il piano di salvataggio di 700 miliardi di dollari varato dalla Casa Bianca: una parte significativa di americani era, ed è, più interessata a punire Wall Street che a salvare l'economia. Ce ne dà una conferma il New York Times di ieri informandoci che la crisi in corso sta spaccando il Partito repubblicano, sempre più diviso tra la sua vecchia anima East Coast, moderata, favorevole alle istituzioni federali e alla business community, e la sua nuova anima, invece, conservatrice, ostile a «quelli di Washington» e al mondo della finanza, forte soprattutto negli Stati del Centro e del Sud. L'anima, per l'appunto, che si è fatta prepotentemente viva con il voto di cui dicevo all'inizio. Questo appena citato è però solo un esempio dei mutamenti, dei grandi mutamenti, che il terremoto economico in corso forse preannuncia o già lascia scorgere: non solo negli Stati Uniti ma in tutto l'Occidente e forse neppure qui soltanto. Sia negli Usa che in Europa la crisi sembra funzionare da acceleratrice di fenomeni in incubazione da tempo che nel nuovo clima si solidificano e vengono finalmente alla luce. Il primo di questi fenomeni è la riattualizzazione, lo straordinario rilancio, della duplice categoria Stato-sovranità in rapporto ad una sorta di rinazionalizzazione dell'economia.
La crisi, infatti, è crisi di istituzioni bancario- finanziarie le quali hanno, sì, fitti legami con l'estero, ma che innanzi tutto vedono coinvolte in larghissima misura i bilanci di persone e famiglie che vivono in un unico Paese, in un unico Stato. Il che crea immediatamente un problema politico per chi lo governa: e cioè come rispondere alle difficoltà e alle proteste di quelle persone e quelle famiglie che, tra l'altro, sono anche un elettorato. Insomma la crisi appare economicamente mondiale ma politicamente è quasi esclusivamente nazionale. L'internazionalismo politico sembra sostanzialmente fuori gioco o non avere molto da dire: la prova lampante è data dall'Unione europea che divisa come al solito tra i diversi interessi e tra le diverse strategie statali non riesce a decidere alcuna linea politica comune. E così è dal governo di ogni singolo Stato che tutti si aspettano interventi, piani di salvataggio e di rilancio, nuove regole, e soprattutto erogazione di fondi: dal momento che quando si arriva alle strette sono solo gli Stati che possiedono le risorse economiche, la massa di risorse finanziarie in grado di cercare di rimettere le cose in sesto. E possiedono altresì i mezzi d'imperio necessari e la legittimazione a usarli: due risorse d'incommensurabile valore, in certe circostanze, di cui verosimilmente nessun mercato e nessuna organizzazione internazionale potrà mai disporre in misura analoga. Questa enfasi nuova che la crisi pone sull'elemento statual-nazionale è del resto in perfetta sintonia con l'importanza sempre maggiore che gli sviluppi più recenti dell'economia tendono ad attribuire a un fattore assai strettamente collegato a quell'elemento: la territorialità. Paradossalmente, infatti, mentre eravamo convinti di essere ormai entrati nel regno della rete, della tecnologia sempre più sofisticata, dell'immateriale, mentre eravamo convinti che la finanza globalizzata era ormai destinata a dominare il mondo, ci siamo accorti d'un tratto che il nostro futuro dovrà invece fare i conti in misura crescente con quelle cose assai poco immateriali che sono l'acqua, i raccolti, il petrolio. Tutte cose che, guarda un po', possono certo essere trasportate da un luogo all'altro della terra ma sono comunque legate in modo assoluto ad uno spazio circoscritto, a un territorio. Cosicché chi si trova a esserne sovrano, possiede certamente parecchie carte in più rispetto a chi non lo è, a chi ha la sfortuna di vivere in un posto senza raccolti, senza petrolio e senza acqua. Vengo alla seconda novità che presagisce però una frattura. Chi dice Territorio, Stato, Governo, inevitabilmente dice Politica, e dunque Leadership. A questo riguardo la crisi economica sembra produrre due fenomeni convergenti. Da un lato la consapevolezza dell'oggettivo bisogno di leadership autorevoli, la richiesta di qualcuno che sappia prendere in mano la situazione. Dall'altro lato un'ondata di discredito per le leadership esistenti, specie economiche, rivelatesi così inadeguate e piene di zone d'ombra. E insieme qualcosa di ancora più profondo e in certo senso inquietante: un discredito, un'insofferenza, un'immagine di inadeguatezza, un senso di lontananza, che tende a coinvolgere l'intera classe dirigente in un numero crescente di Paesi dell'Occidente. Sembra cioè farsi sempre più strada, in vasti settori della popolazione, la convinzione che prima che le loro azioni siano le stesse idee delle élites sociali finora in auge, il loro modo di sentire e di essere, la loro cultura nell'accezione complessiva del termine, ad aver fatto il proprio tempo e a essere sempre più estranee alle opinioni delle maggioranze. La richiesta di leadership, insomma, alimenta sotterraneamente un ramificato ma possente movimento di delegittimazione delle classi dirigenti e degli assetti politici tradizionali, che si manifesta nelle improvvise «rivolte» elettorali o nelle svolte repentine degli umori collettivi di questi ultimi e ultimissimi tempi, dall'ascesa conservatrice in Austria-Baviera al crollo dei consensi laburisti in Gran Bretagna, alla ribellione dei congressmen americani contro Bush (e forse anche la vittoria della destra in Italia vi ha qualcosa a che fare). Si ha l'impressione che le élites tradizionali, i loro partiti, i loro programmi, ma anche i loro riti, i loro giornali, i loro intellettuali accreditati, i loro format direbbe qualcuno, facciano sempre più fatica a comprendere, e quindi a rappresentare, ciò che non da oggi sta prendendo forma negli strati profondi delle società occidentali e che la crisi economica rinvigorisce, accresce, agita potenzialmente a dismisura. Di fronte a tutto ciò parlare di una «ribellione delle masse» all'ordine del giorno sarebbe francamente esagerato. Ma tenere gli occhi ben aperti di certo non lo è per nulla. 7/17/2008 La storia si ripete...Come ogni anno, lo stesso repertorio
Come ogni anno, la mia mente naviga
Viaggia frenetica in un mare di stelle
per poi sbattere contro una montagna di pensieri.
Nulla può sottrarmi, nulla può evitarlo...
io contro il mio essere, il mio essere malinconico.
Non è malinconia, non è tristezza
E' un miscuglio di emozioni, positive e negative
Si raccolgono, si scontrano, si mescolano
Tutte insieme, tutte nello stesso momento, tutte qualche istante prima
Ma è così matematico?
Allora potrei far si che la mia mente fugga
rincorra o scappi dai fusi orari
ma oltre l'ultimo...si ricomincia da capo
Non hai scampo.
E allora continua a pensare
lascia che tutto si compia
Lascia che quella miscela di emozioni esploda, si sfoghi
per poi dissolversi e sparire in un nuovo anno
Lascia che quella lacrima solchi il tuo viso,
che ti accarezzi, che svanisca nell'aria.
Tutto a breve sarà terminato
tutto si rigenererà
Come un serpente perde la sua pelle
come l'albero perde la corteccia
tu perderai una lacrima
per essere più grande. 7/16/2008 Dedicate to myself: "In pieces" - Linkin ParkTelling me to go but hands beg me to stay Your lips say that you love your eyes say that you hate This truth in your lies doubt in your faith What you've built you laid to waste There's truth in your lies doubt in your faith All I've got's what you didn't take So I, I won't be the one be the one to leave this in pieces And you you will be alone Alone with all your secrets and regrets Don't lie You promised me the sky then toss me like a stone You wrap me in your arms and chill me to the bone This truth in your lies doubt in your faith All I've got's what you didn't take So I, I won't be the one be the one to leave this in pieces And you you will be alone Alone with all your secrets and regrets Don't lie So I, I won't be the one be the one to leave this in pieces And you you will be alone Alone with all your secrets and regrets Don't lie 7/6/2008 From "Into the wild""Due anni lui gira per il mondo
niente telefono, niente piscina
e niente cani e gatti, niente sigarette.
Libertà estrema, un'estremista,
un viaggiatore esteta che ha per casa la strada."
" Non si può negare che andare liberi senza meta
da sempre, ci rende euforici.
Ha a che fare con l'idea della fuga
dalla storia, dall'oppressione,
dalla legge, dalla noia degli obblighi.
Libertà assoluta..."
"Se ammettiamo che l'essere umano possa essere governato dalla ragione,
ci precludiamo la possibilità di vivere"
"E quanto importi nella vita non già di essere forti, ma di sentirsi forti
di essersi misurati almeno una volta,
di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica
soli, davanti alla pietra cieca e sorda,
senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa."
"Così ora, dopo due anni di cammino, arriva l'ultima e più grande avventura,
l'apogeo della battaglia per uccidere il falso essere interiore,
suggella vittoriosamente la rivoluzione spirituale.
Per non essere più avvelenato dalla civiltà, lui fugge
cammina solo, sulla terra
per perdersi nella natura selvaggia."
"Chiamare ogni cosa col suo vero nome.
Christopher Johnson McCandless (Alex Supertramp)"
7/4/2008 Io questa la chiamo ipocrisia, ingerenza, ma soprattutto NEGAZIONE DELLA LIBERTA'Conferenza Episcopale Italiana, Nota del Consiglio Episcopale Permanente a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto (28.3.2007):
L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune.
La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente "approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l’azione convergente dei Vescovi" (Statuto C.E.I., art. 23, b).
Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli.
Anche per la società l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr artt. 29 e 31). Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile.
A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume.
Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.
Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza.
Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare.
Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l’insegnamento del Papa nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis: "i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana", tra i quali rientra "la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna" (n. 83). "I Vescovi – continua il Santo Padre – sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato" (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto.
In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di "un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge" (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10).
Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non "può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società" (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).
Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica.
Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità.
Roma, 28 marzo 2007
I Vescovi del Consiglio Permanente della C.E.I. 7/3/2008 "La fine è il mio inizio" di Tiziano Terzani / 3TIZIANO: Abbiamo passato molte ore a farci raccontare dai nostri amici cinesi cosa era successo a loro negli anni in cui la Cina era chiusa, per cercare di capire come la rivoluzione cuturale sia stata possibile, come sia stato possibile che un popolo di una grande tradizione, di una grande cultura si fosse umiliato in quella perversa spirale di violenza che aveva fatto milioni di vittime.
Quello che ci veniva raccontato non risultava dal Libretto Rosso di Mao o dalla letteratura di propaganda della Nuova Cina. La frase che ripeto sempre è: io mi resi conto prestissimo che il mio sogno - il sogno di un giovane che studia la Cina sui banchi della Columbia University - era stato l'incubo dei cinesi.
E questa è stata la mia prima grande delusione.
[...] E lì bisogna ragionare. Era soltanto il maoismo a creare in me questa delusione, o era la constatazione, ormai così ovvia, che non è possibile creare un uomo nuovo, che è sacrilega quest'idea?
La verità è che c'è una natura umana che non può essere combattuta. C'è una natura umana che è individualista, che è egoista e che non accetta questa limitazione dei propri diritti, della propria libertà d'espressione. Bisogna riconoscerlo. Perché tu puoi dare a tutti la stessa ferrea ciotola di riso, puoi dare a tutti lo stesso vestito, e tanti ci credono e tanti partecipano al tuo progetto. Ma c'è sempre una parte che vuole due vestiti, due ciotole di riso, e la libertà di fare quello che vuole. Questo però il comunismo lo nega per cui crea una contraddizione che diventa omicida. Così si arriva alla violenza perché quelli che credono nel sistema reprimono quelli che lo minano. Per questo ci sono stati i massacri di Pol Pot, il gulag dei sovietici e i campi di lavoro dei cinesi.
FOLCO: Vuoi dire che i pochi che hanno cercato di cambiare l'uomo erano tutti...
TIZIANO: ...assassini, grandi assassini. C'è qualcosa di sacrilego nell'idea di voler creare l'uomo nuovo che è di tutti, tutti i rivoluzionari. Lenin, Stalin, Trotsky, Mao hanno tutti avuto questo stesso sogno. Ma l'uomo è quello che è, è il frutto di un'evoluzione e non puoi fermare l'evoluzione, come non puoi fermare l'acqua che scorre nel fiume.
FOLCO: Dopo la morte di Mao, proprio negli anni in cui noi eravamo in Cina, la sua politica veniva disfatta e sostituita dalla politica di Deng Xiaoping. E anche questa non t'interessava per nulla, vero?
TIZIANO: Perché finiva un progetto, no? Finiva un ideale. Quando Deng dice «Essere ricchi è glorioso» tu dici: cinquant'anni di storia e di morti per nulla? E' glorioso diventare ricchi? Per cinquant'anni voi al popolo gli avete insegnato a mangiare una ciotola di riso, a essere frugale, ad avere solo un paio di scarpe, solo un paio di calzoni; gli avete dato incentivi morali e fusciacche rosse invece degli incentivi materiali. E ora arriva questo a dirci «No, no, no, bisogna tutti essere ricchi»?!
Lo vedi cosa sono diventati? Banditi, banditi!
Ride
Stanno facendo della Cina una seconda Taiwan, una brutta imitazione di Hong Kong in cui tutti corrono per far soldi, come dappertutto. E quella loro nuova società alternativa, dov'è finita? Allora, tanto vale che se ne vadano al diavolo.
E qui nasce il grande problema di tuo padre che poi porta all'Himalaya. Se tu pensi che cos'è costato, a partire dal 1921, la grande rivoluzione cinese comunista, con la guerra contro l'occupazione giapponese, la guerra contro i nazionalisti sostenuti dagli americani; se tu pensi all'ammontare di sofferenza e di morti. Milioni!
A che è servito, a che è servito?
E' inutile aver perso milioni di persone, migliaia di teste tagliate, decapitate per le strade, di gente massacrata, per creare oggi una società che è come quella capitalista di Taiwan. Eh no, se c'erano i nazionalisti al potere la facevano meglio: con gli aiuti americani, la bella moglie di Chiang Kai-shek alla televisione, tutti bravissimi. Tu guarda la Storia. Avessero vinto i nazionalisti nel 1949 invece di Mao, oggi ci sarebbe stata la nuova Shanghai. Ed è quello che c'è.
Allora, a che servono queste rivoluzioni? Tutti questi sacrifici veri, che tanti hanno fatto con grande onestà, a che servono? Se avessero vinto gli altri, la Cina avrebbe sofferto molto di meno e sarebbe comunque diventata quello che è oggi, e forse prima.
Lo stesso è vero per il Vietnam, se avesse vinto Thieu invece dei comunisti. I comunisti vietnamiti oggi cosa fanno? Saigon è una città occidentale, con tutto quello che l'Occidente ha di peggio, i bordelli, l'interesse, i ricchi e i poveri, lo sfruttamento. Oh, abbiamo fatto la rivoluzione per questa roba qua?! Quelli che si giravano la cintura due volte intorno alla vita perché non mangiavano che una manciata di riso, lo hanno fatto per questo?! E se la rivoluzione bolscevica fosse fallita, perché interveniva l'Europa o perché le truppe dello zar resistevano all'attacco dei rivoluzionari, lentamente la Russia si sarebbe modernizzata sotto l'influenza dell'Europa, no? Avrebbero vinto gli altri e oggi forse la situazione sarebbe migliore. Allora?
E poi metti tutto assieme, mettici anche il Che, la sua contrapposizione a Castro... Queste rivoluzioni, quanti morti son costate, quante sofferenze, quante torture! E il risultato finale? Tutto uguale. Pari!
FOLCO: Ma queste rivoluzioni hanno anche tolto dal potere re, zar, dittature corrotte. La Storia non sarebbe andata come è andata se non ci fossero state. Poteva andare anche molto peggio, visto che in genere le cose continuano a peggiorare fino a che la gente non si oppone.
TIZIANO: Certo... Infatti c'è anche un altro aspetto delle rivoluzioni che io continuo a ripetere. E' vero, potevano vincere gli altri e il risultato poteva essere uguale. Ma in fondo la rivoluzione vietnamita era giusta, era giusta! I vietnamiti dovevano riunificare il loro paese, non potevano permettere la continuazione della situazione coloniale. E anche tutti gli orrori che sono seguiti non bastano per dire che le idee con le quali i rivoluzionari erano partiti sono di per sé sbagliate. Così come la guerra di Mao era più che giusta. Mamma mia, se era giusta!
Ma per arrivare a cosa?
Se pensi poi ha cos'ha voluto dire la rivoluzione bolscevica, questo rovesciarsi della società, per cui tutti quelli che erano in cima vengono decapitati, distrutti, sterminati a famiglie intere - forse anche giustamente se guardi come male si erano comportati - mentre i proletari prendono il potere. Bello, no? Quelli che non contavano niente tutto d'un tratto sono quelli che hanno da dire. Ma cosa hanno da dire? Quel che c'è di peggio nell'umanità! Si comportano verso i vecchi padroni con vigliaccheria, proprio in maniera crudele, bestiale.
FOLCO: Ma non è che per questo si possa dire: non fate la rivoluzione! Qual è la conclusione?
TIZIANO: La mia conclusione è che non serve.
FOLCO: Non servono le rivoluzioni?
TIZIANO: E da qui il mio passo verso l'unica rivoluzione che serve, quella dentro di te. Le altre le vedi. Le altre si ripetono, si ripetono in maniera costante, perché al fondo c'è la natura dell'uomo. E se l'uomo non cambia, se l'uomo non fa questo salto di qualità, se l'uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, all'interesse, tutto si ripete, si ripete, si ripete.
Il Babbo riflette a lungo.
Lentamente in Cina ebbi una reazione che fu questa: invece di cercare l'uomo nuovo mi resi conto che c'era un uomo vecchio, cinese, che era meraviglioso; e che quella era stata una cultura stupenda con una grandezza e con una ricchezza che proprio mi colpivano.
Allora mi sono messo in cerca di quell'uomo vecchio, della meraviglia che era stata la vecchia Cina e di quel che ne rimaneva.
[pagg. 216-222] 7/2/2008 "Napisan" c'è...per forutna, iniziavo a pensare che il Quirinale fosse diventato una casa di riposo per pochi "eletti"[Per meglio capire: http://www.corriere.it/politica/08_luglio_02/napolitano_breda_86a63c7e-47fb-11dd-b8f1-00144f02aabc.shtml]
Lettera del Presidente della Repubblica (nonché presidente del CSM) al vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino.
"Nel momento in cui giunge all’esame conclusivo in seduta plenaria il parere sul decreto-legge n. 92 del 23 maggio 2008, desidero innanzitutto esprimerle la mia piena comprensione per il disagio da lei manifestato dinanzi alla violazione, in fase istruttoria, di quella regola di riservatezza che andrebbe rigorosamente osservata da parte di tutti i componenti del CSM e delle sue Commissioni nel corso della preparazione e discussione di atti impegnativi e di particolare delicatezza. Il suo severo richiamo al rispetto di tale regola è da me fortemente condiviso.
Non può invece suscitare sorpresa o scandalo il fatto che il CSM formuli un parere – diretto al Ministro della Giustizia – su un progetto di legge di assai notevole incidenza su materie di diretto interesse del CSM stesso. Si tratta infatti di una facoltà attribuitagli espressamente dalla legge n. 194 del 1958, il cui esercizio si è consolidato in una costante prassi istituzionale.
I disegni di legge su cui il CSM è chiamato a dare pareri sono quelli “concernenti l’ordinamento giudiziario, l’amministrazione della giustizia e ogni altro oggetto comunque attinente alle predette materie”. I pareri sono dunque destinati a rilevare e segnalare le ricadute che le normative proposte all’esame del Parlamento si presume possano concretamente avere sullo svolgimento della funzione giurisdizionale. Così correttamente intesa, l’espressione di un parere del CSM non interferisce – altra mia preoccupazione già espressa nel passato – con le funzioni proprie ed esclusive del Parlamento : anche quando, come nel caso dei decreti-legge, per evidenti vincoli temporali, tale parere non abbia modo di esprimersi prima che il Parlamento abbia iniziato a discutere e deliberare.
In questo quadro, non può esservi dubbio od equivoco sul fatto che al CSM non spetti in alcun modo quel vaglio di costituzionalità cui, com’è noto, nel nostro ordinamento sono legittimate altre istituzioni.
Confido che nell’odierno dibattito e nelle deliberazioni che lo concluderanno, non si dia adito a confusioni e quindi a facili polemiche in proposito.
La distinzione dei ruoli e il rispetto reciproco, il senso del limite e un costante sforzo di leale cooperazione, sono condizioni essenziali ai fini della tutela e della valorizzazione di ciascuna istituzione, delle sue prerogative e facoltà."
Giorgio Napolitano
Roma, 1° luglio 2008 6/30/2008 Il corvo Joe - BaustelleI barboni mi guardano
mentre mastico la lucertola Anche oggi è domenica Tutta d’oro la gente luccica mentre osserva le anatre inventandosi la felicità La sorvolo e capisco che maledice la mia diversità Ma nel parco ci abito Gli studenti li evito Io sono il corvo Joe I borghesi si siedono Piacere, corvo Joe Io sono il corvo Joe Ma vi perdono 6/27/2008 "La fine è il mio inizio" di Tiziano Terzani / 2
FOLCO : Parliamo della scuola cinese giacché c’è la Saskia […] Si, non mi diceva proprio nulla quella rigidità. Noi, nella nostra scuola abbiamo visto che il comunismo era molto poco divertente e mi ricordo anche quanto era triste la vita in Cina in generale. Mi sorprendeva proprio che potesse esistere un sistema sotto il quale la gente sta così male, è così annoiata, non ha neanche più voglia di vivere. Un grigiume! I cinesi si opprimevano a vicenda, si spiavano, si pedinavano. Polizia dappertutto. Mi chiedevo: a cosa serve? Quale perversione ha portato la gente a comportarsi così?
TIZIANO: Credo che tu sia diventato un fervido anticomunista nella scuola comunista, e anche questo magari è stato un vantaggio. Ride
FOLCO: Forse c’è un momento rivoluzionario in cui tutti sono ispirati, ma poco dopo è finita.
TIZIANO: Giustissimo. Tu non avevi alcun occhiale ideologico e vedevi la realtà com’era, come evidentemente è capitato molto presto anche a me, ed è questo che ti ha reso così anticomunista.
FOLCO: Si, perché la libertà uno la dà per scontata. Poi si accorge che esistono dei sistemi che prendono il potere e per quaranta, cinquanta, cento anni rompono i coglioni a un’intera popolazione. Ti fa un po’ paura questa roba. In Cina la gente era schiacciata dal sistema.
TIZIANO: Certo, certo.
FOLCO: Tutto era segreto, tutto era vietato. I nostri compagni cinesi [di scuola] non potevano venire a casa nostra. C’era sempre un senso di paura, di essere ascoltati. Mancava proprio la libertà.
TIZIANO: Verissimo. Il problema della libertà, Folco, è uno dei temi di cui abbiamo parlato in altre occasioni. La libertà è un concetto molto vago. Certamente quella di cui parli tu è la prima libertà, quella proprio quotidiana del poter vivere in pace. Però, dietro a quella follia maoista c’era un’idea che purtroppo si era pervertita.
FOLCO: Quando c’eravamo noi credo che l’idea fosse già stanca, ammalata. La gente ripeteva gli slogan, spazzava le strade, ma senza più voglia, mi sembrava.
SASKIA: Perché era tutto inutile quello che si doeva fare. Ricordo che si spazzavano le strade durante quelle tempeste di sabbia che soffiavano dal deserto del Gobi e che ci rimandavano la sabbia in faccia. Ma andava spazzato quel giorno lì.
FOLCO: Brava! Giusto, buonissimo esempio. Dover fare i gesti che in teoria sono utili ma che in pratica non servono a nulla. Nessuno era più convinto, nessuno sentiva più di far parte di un grande progetto.
TIZIANO: Sì, era finito, avete ragione. Finiva un progetto, finiva un ideale. L’immagine della Cina eroica, lavoratrice, faceva acqua da tutte le parti. Poi io stesso mi resi conto che quella scuola non era facile per voi, che vi insegnavano cose che erano assolutamente contrarie al sistema di valori in cui io credevo, no? Come il dover fare la spia ai compagni, o il dover vivisezionare un pesce, che ti fece tanto scandalizzare, Saskia. Gli doveste togliere le pinne da vivo, a una a una, durante la lezione di biologia! Però, voglio dire, il pulire i gabinetti lo trovavo parte della mia visione di un mondo nuovo. Perché i gabinetti li devono pulire gli altri e non noi? Io ero molto ideologico ancora a quel tempo, cioè vedevo le cose in chiave proprio anche politica, storica. Mi resi conto che per voi quella scuola era difficile, ma non me ne feci un cruccio perché sapevo che eravate tutti e due in grado di resistere. […] Tu, Saskia, cosa hai imparato alla scuola cinese?
SASKIA: La matematica, quella la insegnavano benissimo. Poi c’era una disciplina ancora all’antica, come non esisteva più nelle nostre scuole: alzarsi in piedi per rispondere, stare seduti nei banchi con le mani dietro la schiena, marciare. Tutti questi comportamenti, un po’ militari, non dispiacciono ai bambini, anzi, ci divertivamo quasi. C’erano anche tante attività organizzate: la gara di canto, la gara degli aquiloni, il fare delle buone azioni, come quella di aiutare una vecchina ad attraversare la strada seguendo l’esempio del soldato modello Lei Feng. In fondo erano attività che ai bambini danno un senso di responsabilità civica, di appartenenza.
TIZIANO: Pensa, questo Lei Feng, che bella figura! Sarà anche stato inventato, ma non è più simpatico per un bambino imitare il buon soldato Lei Feng che sognare di diventare un giocatore di calcio che fa duecento gol per 400 milioni di euro? Voglio dire, era un altro mondo e a me quel mondo mi piaceva mostrarvelo. Poi tutti mi dicevano «Scrivi sui tuoi figli in Cina!» «Ma perché devo scrivere io?» ho detto. «Faccio scrivere loro.» Fu una bellissima esperienza perché ognuno di voi descrisse le sue impressioni a modo suo, nel linguaggio dei bambini, ed erano così genuine che le pubblicò anche L’Espresso. Non c’era cosa che colpisca più del linguaggio della verità. [pagg. 202-206] 1/10/2008 Apologize - Timbaland feat. One RepublicI'm holding on your rope,
got me ten feet off the ground And I'm hearing what you say but I just can't make a sound You tell me that you need me then you go and cut me down, but wait You tell me that you're sorry Didn't think I'd turn around, and say... That it's too late to apologize, it's too late I said it's too late to apologize, it's too late I'd take another chance, take a fall, take a shot for you And I need you like a heart needs a beat but it's nothing new yeah
I loved you with a fire red, now it's turning blue, and you say... "Sorry" like an angel Heaven let me think was you But I'm afraid... It's too late to apologize, it's too late I said it's too late to apologize, it's too late Whoaa ohhh...
It's too late to apologize, it's too late I said it's too late to apologize, it's too late
I said it's too late to apologize, yeah
I said it's too late to apologize, yeah I'm holding on your rope, got me ten feet off the ground... 6/2/2007 Due spunti dal Corriere della SeraOltre alla vignetta di Giannelli, in allegato, riporto l'editoriale di Giovanni Sartori.
<<Ormai è talmente detto che fra poco diventerà banale, come tutte le cose serie in questo Paese>> questo il commento di un mio amico dopo la lettura dell'articolo. Sartori stesso conclude scrivendo <<Non mi faccio illusioni. La proposta verrà seppellita dal silenzio oppure da acutissimi strilli di dolore. Serve però a mostrare che, volendo, i rimedi esistono. Appunto, volendo.>>
Elezioni, una proposta contro la casta
IN PARLAMENTO A TURNI ALTERNI
di Giovanni Sartori
La crisi della politica è anche, più propriamente, crisi della democrazia? Direi di sì. La democrazia non sta progredendo, sta retrocedendo. E se non funziona non è perché sia superata (da una fantomatica post democrazia), ma perché l'abbiamo sciupata. Benjamin Franklin, uno dei costituenti di Filadelfia, rispose così alla domanda su cosa la Convenzione avesse partorito: «Una repubblica, se sarete capaci di mantenerla». Appunto: se sarete capaci di tenerla in vita. Uno dei principi fondamentali di qualsiasi organizzazione — e anche la democrazia lo è — è di saper premiare e di poter punire. Se una organizzazione contiene sacche di impunibilità, queste sacche diventano lestamente aree di inefficienza e di parassitismo. Pertanto una democrazia che diventa una «repubblica degli impuniti» è sicuramente una pessima democrazia. E l'Italia sopravanza tutte le tradizionali democrazie occidentali nell'essere caratterizzata dal premiare chi non merita premi (nel settore pubblico le promozioni sono per lo più automatiche) e dal proteggere chi invece merita castighi. Tempo fa Pietro Ichino ha osato chiedere su queste colonne che gli statali «fannulloni» vengano licenziati o comunque puniti. Ma a tutt'oggi non mi risulta che nemmeno uno degli assenteisti di professione sia stato licenziato o che nemmeno uno dei fannulloni sia stato punito. E' normale che i sindacati proteggano l'occupazione.
Ma è nocivo per tutti, e iniquo, che proteggano il cattivo lavoratore a danno del buon lavoratore disoccupato. Ma torniamo alla democrazia e veniamo al caso specifico dei politici, di chi gestisce la democrazia. Domanda: i nostri eletti in Parlamento sono punibili? Nella teoria della democrazia rappresentativa la punizione è la non rielezione: gli elettori scontenti del candidato o del partito per il quale hanno votato si vendicano cambiando voto. Questa sanzione in passato era efficace. Non lo è più. E questo è il problema. La «casta» magistralmente raffigurata da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo fa soltanto finta, il più delle volte, di servire l'interesse pubblico. In realtà il «politico gentiluomo» è pressoché sparito, sostituito dal politico che «fa per sé», soltanto per sé e per la poltrona. Il che equivale a dire che il movente che più lo muove è la propria rielezione. E siccome siamo arrivati a un sistema elettorale senza preferenze che sottopone all'elettorato soltanto due listoni preconfezionati, a questo punto l'elettorato è impotente. Può soltanto scegliere tra una coalizione di destra oppure di sinistra; ma così non ha alcun modo di punire o premiare uno specifico partito o persona. E meno democrazia (elettorale) di così si muore. Il rimedio ci sarebbe: vietare la rielezione consecutiva, il che implica che viene consentita a intervallo. L'idea non è balzana perché è anche stata, seppur raramente, attuata. E anche se si presta a obiezioni, i vantaggi ne superano i difetti. Primo vantaggio: rende inutile l'elettoralismo acchiappa- voti. Chi promette mari e monti promette senza tornaconto. Secondo vantaggio: così apriamo davvero le porte al rinnovamento della classe politica. I nuovi entranti non saranno tutti nuovi, perché ci saranno sempre dei rientranti delle penultime elezioni; ma questo è un riequilibrio positivo. Non mi faccio illusioni. La proposta verrà seppellita dal silenzio oppure da acutissimi strilli di dolore. Serve però a mostrare che, volendo, i rimedi esistono. Appunto, volendo.
5/25/2007 Segno zodiacale: CANCROBene... non ho mai dato troppo credito agli oroscopi, ma non so perché stamattina (durante la fase "cazzeggio") ho dato un'occhiatina alle caratteristiche del mio segno, e mi ci ritrovo per alcune cose. Ne riporto qualcuna, ditemi voi, almeno chi mi conosce, se è così...
1) Languido, cangiante come l'astro della notte che lo governa. L'immaginazione fervida, l'inclinazione al sentimentalismo e al romanticismo, la fragilità, lasciano il campo a una granitica solidità quando si presentano difficoltà da affrontare. Sa essere "lunatico" e capriccioso, spiccio e coraggioso. Molto legato alla famiglia d'origine, alla casa, conserva i valori del passato per rielaborarli nella costruzione del presente e del futuro, con atteggiamento ottimista. È fondamentalmente buono e disponibile, ma, per difesa, è in grado di sfoderare una notevole aggressività. Ha ambizione, capacità diplomatica, intuizione quasi medianica.
In amore è sfuggente, ma intanto chiede attenzioni continue; è "presente" o "assente", a suo piacimento. A lui non bisogna negare affetto di tipo materno.
Nel lavoro ci tiene a mostrare, e a sottolineare, quanto è bravo. È scrupoloso, puntiglioso, riesce ad affermarsi sgomitando quel tanto che occorre, ma senza far male agli altri. Ha bisogno di stimoli mentali, nella routine, soffoca.
2) Segno d'acqua dominato dalla Luna. E' proprio quest'ultima a determinare il carattere " lunatico " del Cancro: un continuo alternarsi di malinconia ed allegria. I nativi del cancro sono dolci, conservatori, capricciosi, enigmatici, fantasiosi. Temono l'incertezza delle novità e del futuro ed odiano la violenza in tutte le sue forme. Estremamente timidi, possessivi e romantici, tendono a legarsi molto alle persone che amano.
L'uomo Cancro sa essere sensibile, romantico e protettivo, ma anche musone e capriccioso. Non contradditelo mai, è molto permaloso!!!
3) Molto attaccato alla propria infanzia e alla madre, il Cancro ha una memoria notevole. Le sue qualità sono ricettività, intuizione, sensibilità artistica, romanticismo e tendenza a sognare. L'uomo è un padre attento, sensibile e capace di sacrificio. Il conservatorismo del segno si manifesta nel rifiuto di staccarsi da qualunque oggetto, nel dare importanza ad ogni più piccola cosa ma soprattutto nel fortissimo legame con la casa, protezione contro ogni pericolo. L'affettività del Cancro è generosa e costante (esaltazione di Venere) nell'amore e nelle amicizie. Un nativo di questo segno non dimentica chi ha fatto parte del suo mondo affettivo. La perseveranza con la quale affronta la vita può diventare testardaggine. La caduta di Urano e soprattutto di Saturno esprime bene l'incapacità di cambiare idea. Non è portato per lo sport ad eccezione del nuoto che lo mette a contatto con il suo elemento: l'acqua.
4) Il Cancro possiede una sensibilità straordinaria. Tale sensibilità deriva, in primo luogo, dalla sua natura di segno d'Acqua. In secondo luogo, è dominato dalla Luna, che lo rende eccezionalmente emotivo. E' molto legato alle proprie basi. Difficilmente si allontana troppo dalla famiglia d'origine e dagli amici più fidati. Spesso viene accusato di essere capriccioso: in realtà, la sua incostanza deriva da una certa sfiducia nell'oggi.
Difatti, il Cancro è fortemente attratto dal passato. Non gli è facile vivere con serenità nel presente, in cui si sente spesso smarrito.
La grande sensibilità del Cancro si riflette in una chiara propensione a vivere una vita tranquilla, in cui sa dare un certo grado di sicurezza.
Il Cancro ha una memoria straordinaria, aiutata dalla propria attenzione al tempo perduto. Spesso, però, viene considerato lamentoso, perché non si sente a suo agio nell'oggi e non ne fa mistero. In realtà, ha solo bisogno di più tempo degli altri segni per apprezzare appieno quello che la vita gli concede!
L'insicurezza del Cancro può influenzare anche il suo modo d'amare. E' fedele e mette la coppia e, a maggior ragione, la famiglia e le persone per lui fondamentali sopra di tutto. Tuttavia, ha bisogno di avere continue conferme. 5/22/2007 "Nobody's home" - Avril LavigneSo I couldn't tell you
why she felt that way she felt it, everyday And I couldn't help her I just watched her make the same mistakes again What's wrong what's wrong now?
Too many too, many problems Don't know where she belongs where she belongs She wants to go home, but nobody's home
it's where she lies, broken inside With no place to go, no place to go to dry her eyes, broken inside Open your eyes
and look outside find the reasons why you've been rejected and now you can't find what you've left behind Be strong be strong now
too many too, many problems
Don't know where she belongs where she belongs She wants to go home, but nobody's home
it's where she lies, broken inside With no place to go, no place to go to dry her eyes, broken inside Her feelings she hides
her dreams she can't find she's losing her mind she's fallen behind she can't find her place she's losing her faith she's fallen from grace she's all over the place She wants to go home, but nobody's home
it's where she lies, broken inside With no place to go, no place to go to dry her eyes, broken inside She's lost inside, lost inside, oh oh She's lost inside, lost inside, oh oh, yeah 5/19/2007 "La fine è il mio inizio" di Tiziano Terzani<< [...] ...e se io e te ci sedessimo ogni giorno per un'ora e tu mi chiedessi le cose che hai sempre voluto chiedermi e io parlassi a ruota libera di tutto quello che mi sta a cuore, dalla storia della mia famiglia a quella del grande viaggio della vita? Un dialogo fra padre e figlio, così diversi e così eguali, un libro testamento che toccherà a te mettere assieme.>>
Così comincia "La fine è il mio inizio", un libro-testamento appunto, ma non per questo una semplice autobiografia. Un dialogo - per niente lento, per niente noioso - tra un padre ed il proprio figlio. Un dialogo nel quale, a mio parere, il lettore si sente parte. Pare quasi di essere seduto vicino ai due, ma invisibile, ed ascoltare... viaggiare nei luoghi e nel tempo del racconto.
<<TIZIANO: E' interessante per te che non sai da dove vieni. Quello che vorrei farti capire, ma non solo a te, alla Saskia e persino ai vostri figli, è quale era la cultura di quel tempo, quali erano i valori della gente come i miei. Valori semplicissimi, ma volori molto forti. L'onestà. Poi quel senso della dignità. Si va dagli altri che hanno i soldi ma non si mangia, si dice:«Ho già mangiato, grazie». Sai, ti dà forza questo, ti mette i paletti. Ci si veste bene. Non si va dagli altri se non si è presentabili, se no ti coglionano. Sei povero e sei debole e ti coglionano anche? Ah no! Sono elegante come te. E non mangio la tua pappa, ho già mangiato. L'altro grande valore è la famiglia. In verità, quella visita ogni sera dello zio rompicoglioni faceva parte del teatro. La famiglia c'era sempre. Si poteva contare sulla famiglia.
I miei sono cresciuti con questi valori e in qualche modo me li hanno passati.>>
[pag. 41]
<<[Tiziano parla del Vietnam] E lì ebbi quest'altra bella visione, che mi piaceva: che la vita non si ferma. Tu puoi buttare il napalm, il sale, ammazzare tutti. Per un pò non vedi niente. Poi - paff! spunta una piantina, si riapre un mercatino, due fanno l'amore e la vita ritorna con questa sua avidità di vivere! Forte la si sentiva, forte.>>
[pag. 161]
<< sentivi Cosa identità? tua intorno dalla diverso così ti Se identità? Cosa>
TIZIANO: Un evaso.
Silenzio
Sai, quella dello scappare è sempre stata la mia natura, che in un senso è positiva, ma anche molto negativa. Perché scappando, scappavo anche dalle responsabilità, quelle di tipo politico, per esempio. Non c'è dubbio che io avrei potuto fare una carriera politica. Quando ero giovanissimo frequentavo gli ambienti fiorentini che mi ci avrebbero potuto portare. Frequentavo l'oratorio di don Bensi, un bel personaggio cattolico; ho conosciuto La Pira e tanta altra gente con cui avrei potuto fare strada. Ma sentivo che quello non ero io.
Allora, lo scappare è stata la mia natura. Proprio, se tu mi chiedi chi io mi sono sentito: sempre un evaso. Uno che scappa. [...]
C'era questa voglia di scappare sempre, sempre, sempre. Scappare da dove mi si teneva sotto controllo, come quando partii per l'avventura in Svizzera che ti ho raccontato, per imparare il francese. Anche lì, scappare, andare! E tutta la mia vita è stata uno scappare, anche in senso negativo.>>
[pagg. 164-165] 4/18/2007 In prestito da LiberesoPerché le perle sono così preziose? Forse per la difficoltà di trovarle e raccoglierle, per la fatica dei pescatori, perché le ostriche le difendono dentro il loro guscio.
Anche con le persone è un po' così: ci sono quelle che si aprono subito e quelle che fai fatica a fargli capire che si possono fidare, ci sono quelle che dopo due giorni ti sembra di conoscerle da una vita e ci sono quelle che non le conosci dopo anni. Poi, però, ci sono anche i misti: quelli che ti ci trovi bene pur capendo che non li conosci a fondo, quelli con cui ti ci capisci al volo ma mica vuol dire che ti hanno aperto il loro cuore e il loro cervello. E allora un po' ti assale lo spirito della sfida, di scoprire cosa c'è dietro, di capire. L'importante, però è che per capire non si ferisca l'altro e non si limiti la sua libertà di non farsi capire né scoprire. Se mantieni l'equilibrio è bello, è bello per te ed è bello per gli altri. Ogni ostrica prima o poi si apre, prima o poi tutti trovano le loro perle se le cercano, ma se mandi il guscio dell'ostrica in frantumi spesso la perla può sfuggirti. 3/31/2007 Subsonica - Nuvole rapideSe fosse facile fare così,
poterti dire già quello che so,
farebbe freddo in un attimo che
passerà.
Su tutto ciò che ora parla di noi:
rabbia, illusioni e speranze che so,
detonazioni di un attimo che
passerà.
E rimarrà forse il vuoto di noi
a disarmare i rimpianti che so,
per ricordarci di un attimo che
passerà.
Sugli edifici e sui cieli di noi,
sulle stagioni e sui nostri perché
nuvole rapide, e un attimo che
passerà.
Piogge sul cuore, sezioni di un attimo,
flusso, derive, parole:
tutto si perderà.
[...]
Su tutto ciò che ora resta di noi,
sulle parole e sui gesti che so,
frantumazioni di un attimo che
passerà.
[...]
Nuvole rapide e un attimo che
domani
passerà. 3/16/2007 Per coloro che mi conoscono, per coloro che pensano di conoscermi, ma forse (e soprattutto) per me stessoC'è un principio di ironia
nel tenere coccolati
i pensieri più segreti
per trovarli già svelati,
e a parlare ero io
sono io che li ho prestati.
Quante cose che non sai di me
quante cose che non puoi sapere,
quante cose da portare nel viaggio insieme.
( Elisa - Gli ostacoli del cuore )
... E si ritorna punto e a capo. Le paure risalgono una ad una, basta rileggere questo blog che mi ha dato sfogo. Ma soprattutto è ritornata la maschera, la maschera dell' Io.
E' da tempo che le cose non vanno, ma ho continuato a far finta di niente - anche se inizialmente non me n'ero accorto nemmeno io - e a metterci una maschera sopra. Una maschera che ogni tanto cadeva e mostrava la verità a qualcuno che, per ovvi motivi, non capiva. Beh, non capisco nemmeno io. Una spiegazione a tutto questo c'è, ma non la trovo, o meglio non la voglio trovare.
Mi convinco che tutto si sistemerà da sé e che intervenendo e parlandone si complicherebbero solo le cose. Del resto è tutto dovuto a me stesso: sono io che reagisco o meno, do peso o meno, sono sensibile o meno a determinati fatti, atteggiamenti, situazioni. Non è colpa di chi li crea, ma è colpa mia che permetto che queste cose possano interagire con il mio essere. Pare semplice la soluzione..... non per chi ancora non conosce se stesso e riprende questa infinita ricerca che forse, appunto, non avrà mai fine. 2/13/2007 E pensare che qualcuno ci crede ancora...<< La nuova democrazia comincia dove la classe operaia, alleata con le altre masse lavoratrici, detiene le posizioni chiave dello Stato>>
[Edvard Kardelj, rappresentante del partito comunista jugoslavo
alla conferenza di Szklarska Poreba (21-27 settembre 1947)
per la nascita del Cominform, l'Ufficio di informazione dei partiti comunisti europei]
Di visioni certo più "pacate", ma non a caso l'ho pubblicato oggi quando lo spettro delle nuove Br si rifa vivo, o meglio il sogno che ancora campeggia nelle menti di chi continua a portare avanti un'utopia. Oggi non è altro che questo: un'utopia.
Un utopia che però si deve estirpare, non tanto per il temuto attacco allo Stato, bensì per l'incolumità di persone innocenti che altro non fanno se non svolgere il proprio lavoro, la propria passione. |
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