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7/4/2008 Io questa la chiamo ipocrisia, ingerenza, ma soprattutto NEGAZIONE DELLA LIBERTA'Conferenza Episcopale Italiana, Nota del Consiglio Episcopale Permanente a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto (28.3.2007):
L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune.
La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente "approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l’azione convergente dei Vescovi" (Statuto C.E.I., art. 23, b).
Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli.
Anche per la società l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr artt. 29 e 31). Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile.
A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume.
Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.
Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza.
Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare.
Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l’insegnamento del Papa nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis: "i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana", tra i quali rientra "la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna" (n. 83). "I Vescovi – continua il Santo Padre – sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato" (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto.
In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di "un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge" (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10).
Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non "può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società" (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).
Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica.
Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità.
Roma, 28 marzo 2007
I Vescovi del Consiglio Permanente della C.E.I. 7/2/2008 "Napisan" c'è...per forutna, iniziavo a pensare che il Quirinale fosse diventato una casa di riposo per pochi "eletti"[Per meglio capire: http://www.corriere.it/politica/08_luglio_02/napolitano_breda_86a63c7e-47fb-11dd-b8f1-00144f02aabc.shtml]
Lettera del Presidente della Repubblica (nonché presidente del CSM) al vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino.
"Nel momento in cui giunge all’esame conclusivo in seduta plenaria il parere sul decreto-legge n. 92 del 23 maggio 2008, desidero innanzitutto esprimerle la mia piena comprensione per il disagio da lei manifestato dinanzi alla violazione, in fase istruttoria, di quella regola di riservatezza che andrebbe rigorosamente osservata da parte di tutti i componenti del CSM e delle sue Commissioni nel corso della preparazione e discussione di atti impegnativi e di particolare delicatezza. Il suo severo richiamo al rispetto di tale regola è da me fortemente condiviso.
Non può invece suscitare sorpresa o scandalo il fatto che il CSM formuli un parere – diretto al Ministro della Giustizia – su un progetto di legge di assai notevole incidenza su materie di diretto interesse del CSM stesso. Si tratta infatti di una facoltà attribuitagli espressamente dalla legge n. 194 del 1958, il cui esercizio si è consolidato in una costante prassi istituzionale.
I disegni di legge su cui il CSM è chiamato a dare pareri sono quelli “concernenti l’ordinamento giudiziario, l’amministrazione della giustizia e ogni altro oggetto comunque attinente alle predette materie”. I pareri sono dunque destinati a rilevare e segnalare le ricadute che le normative proposte all’esame del Parlamento si presume possano concretamente avere sullo svolgimento della funzione giurisdizionale. Così correttamente intesa, l’espressione di un parere del CSM non interferisce – altra mia preoccupazione già espressa nel passato – con le funzioni proprie ed esclusive del Parlamento : anche quando, come nel caso dei decreti-legge, per evidenti vincoli temporali, tale parere non abbia modo di esprimersi prima che il Parlamento abbia iniziato a discutere e deliberare.
In questo quadro, non può esservi dubbio od equivoco sul fatto che al CSM non spetti in alcun modo quel vaglio di costituzionalità cui, com’è noto, nel nostro ordinamento sono legittimate altre istituzioni.
Confido che nell’odierno dibattito e nelle deliberazioni che lo concluderanno, non si dia adito a confusioni e quindi a facili polemiche in proposito.
La distinzione dei ruoli e il rispetto reciproco, il senso del limite e un costante sforzo di leale cooperazione, sono condizioni essenziali ai fini della tutela e della valorizzazione di ciascuna istituzione, delle sue prerogative e facoltà."
Giorgio Napolitano
Roma, 1° luglio 2008 6/2/2007 Due spunti dal Corriere della SeraOltre alla vignetta di Giannelli, in allegato, riporto l'editoriale di Giovanni Sartori.
<<Ormai è talmente detto che fra poco diventerà banale, come tutte le cose serie in questo Paese>> questo il commento di un mio amico dopo la lettura dell'articolo. Sartori stesso conclude scrivendo <<Non mi faccio illusioni. La proposta verrà seppellita dal silenzio oppure da acutissimi strilli di dolore. Serve però a mostrare che, volendo, i rimedi esistono. Appunto, volendo.>>
Elezioni, una proposta contro la casta
IN PARLAMENTO A TURNI ALTERNI
di Giovanni Sartori
La crisi della politica è anche, più propriamente, crisi della democrazia? Direi di sì. La democrazia non sta progredendo, sta retrocedendo. E se non funziona non è perché sia superata (da una fantomatica post democrazia), ma perché l'abbiamo sciupata. Benjamin Franklin, uno dei costituenti di Filadelfia, rispose così alla domanda su cosa la Convenzione avesse partorito: «Una repubblica, se sarete capaci di mantenerla». Appunto: se sarete capaci di tenerla in vita. Uno dei principi fondamentali di qualsiasi organizzazione — e anche la democrazia lo è — è di saper premiare e di poter punire. Se una organizzazione contiene sacche di impunibilità, queste sacche diventano lestamente aree di inefficienza e di parassitismo. Pertanto una democrazia che diventa una «repubblica degli impuniti» è sicuramente una pessima democrazia. E l'Italia sopravanza tutte le tradizionali democrazie occidentali nell'essere caratterizzata dal premiare chi non merita premi (nel settore pubblico le promozioni sono per lo più automatiche) e dal proteggere chi invece merita castighi. Tempo fa Pietro Ichino ha osato chiedere su queste colonne che gli statali «fannulloni» vengano licenziati o comunque puniti. Ma a tutt'oggi non mi risulta che nemmeno uno degli assenteisti di professione sia stato licenziato o che nemmeno uno dei fannulloni sia stato punito. E' normale che i sindacati proteggano l'occupazione.
Ma è nocivo per tutti, e iniquo, che proteggano il cattivo lavoratore a danno del buon lavoratore disoccupato. Ma torniamo alla democrazia e veniamo al caso specifico dei politici, di chi gestisce la democrazia. Domanda: i nostri eletti in Parlamento sono punibili? Nella teoria della democrazia rappresentativa la punizione è la non rielezione: gli elettori scontenti del candidato o del partito per il quale hanno votato si vendicano cambiando voto. Questa sanzione in passato era efficace. Non lo è più. E questo è il problema. La «casta» magistralmente raffigurata da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo fa soltanto finta, il più delle volte, di servire l'interesse pubblico. In realtà il «politico gentiluomo» è pressoché sparito, sostituito dal politico che «fa per sé», soltanto per sé e per la poltrona. Il che equivale a dire che il movente che più lo muove è la propria rielezione. E siccome siamo arrivati a un sistema elettorale senza preferenze che sottopone all'elettorato soltanto due listoni preconfezionati, a questo punto l'elettorato è impotente. Può soltanto scegliere tra una coalizione di destra oppure di sinistra; ma così non ha alcun modo di punire o premiare uno specifico partito o persona. E meno democrazia (elettorale) di così si muore. Il rimedio ci sarebbe: vietare la rielezione consecutiva, il che implica che viene consentita a intervallo. L'idea non è balzana perché è anche stata, seppur raramente, attuata. E anche se si presta a obiezioni, i vantaggi ne superano i difetti. Primo vantaggio: rende inutile l'elettoralismo acchiappa- voti. Chi promette mari e monti promette senza tornaconto. Secondo vantaggio: così apriamo davvero le porte al rinnovamento della classe politica. I nuovi entranti non saranno tutti nuovi, perché ci saranno sempre dei rientranti delle penultime elezioni; ma questo è un riequilibrio positivo. Non mi faccio illusioni. La proposta verrà seppellita dal silenzio oppure da acutissimi strilli di dolore. Serve però a mostrare che, volendo, i rimedi esistono. Appunto, volendo.
9/16/2006 E' morta Oriana Fallaci, ma il suo pensiero rimarràUna lunga estate di assenza dal blog, avevo deciso di riprendere ad ottobre una volta sistemato. Tanti i temi di cui parlare, ma qualcosa mi ha costretto a rompere questa "assenza-meditazione" per intervenire nuovamente qui.
Ero andato via quest'estate ricordando alcuni scritti di Oriana Fallaci, li avevo riletti da poco e volevo aprire nuovamente una discussione. Ora, al rientro, mi trovo qui a parlare nuovamente di lei, ma in altre circostanze.
Potrà sembrare stupido, banale, infantile, quel che volete...ma ciò che scrivo è veramente sincero.
Sono rimasto letteralmente bloccato quando, ieri mattina, all'apertura del corriere.it (con una certa fretta e quasi svogliatezza) pensavo: "Vediamo che è successo oggi... ma tanto non sarà successo niente di che". Invece vedermi la sua faccia in primo piano con la notizia della sua scomparsa a caratteri cubitali ha, per un attimo, bloccato il tempo. Non poteva essere vero, non ora.
La sua figura mi ha accompagnato in tutti questi anni di maturazione-formazione, quando nel pieno dell'adolescenza iniziavo a leggere Lettera a un bambino mai nato (in una sola notte, come tutti daltronde), per passare poi agli articoli post-11 settembre. Così è iniziato il mio interesse verso questa grande giornalista-scrittrice, non soffermandomi sulle ultime opere, ma tornando indietro per scoprire la sua carriera, la sua vita.
Per tutti questi anni le sue letture mi hanno accompagnato, per tutti questi anni anche io ho iniziato a "ragionare". Le sue idee potevano essere condivise o meno (io stesso non le condivido a pieno), ma non potevano essere ignorate. Non potevano essere etichettate in maniera volgare.
Per me lei ha significato tanto. I suoi scritti mi davano da pensare e da discutere più dei vari manuali dell'università, più della lezione di Pasquino e D'Amato, più di ogni conferenza a tema, più di ogni editoriale.
" Di quelle pagine lette d'un fiato, di quella donna dai tratti duri e corrosi, di quella voglia di vivere e amare che infondeva, di quella consapevolezza e coraggio, mi rimarrà molto, ci rimarrà molto, perchè chiunque ha intrecciato il proprio destino con il suo non può non essere rimasto scottato, non può essere indifferente dinnanzi a tanta tenacia e forza. Forza della ragione, dunque, forza di ammettere le proprie idee, di pensare con la propria testa. La lobotomia non era per lei, che osava ancora pensare, al diavolo chi non la capiva, chi la condannava al rogo: l'importante è pensare,riflettere e se poi si giungeva a conclusioni scomode per gli altri nessun problema.
Paura di pensare ,e pensando approdare a conclusioni che non corrispondono a quelle delle formule imposte attraverso il lavaggio cerebrale, anzi la lobotomia. Paura di parlare ,e parlando esprimere un giudizio diverso dal giudizio espresso e accettato dai più. Paura di non essere abbastanza allineati, ubbidienti, servili. Paura di essere liberi , insomma, di rischiare, di avere coraggio. Occhi negli occhi: oggi il coraggio è una marce di lusso, una stravaganza che viene derisa e considerata follia. " << Oriana Fallaci è stata la più grande giornalista italiana, e uno dei personaggi che hanno scolpito il secolo appena chiuso. Purtroppo nessuna di queste due definizioni è oggi condivisa dall'establishment italiano. Ma anche questo "disconoscimento" è uno degli elementi definitori della biografia della Fallaci. [...] Il suo è un contradditorio profilo: pur avendo rivoluzionato il linguaggio giornalistico e ridefinito la modernità dell'identità femminile, è rimasta sempre un outsider. Un destino che è esso stesso un tracciato del XX secolo.
Negli ultimi anni la sua voce è stata definita da una buona parte della sinistra "razzista" e "guerrafondaia": sarebbe un vero peccato se la cultura democratica di cui si sentiva parte la consegnasse oggi alla storia con queste stupide etichette. La Fallaci è nata dentro la Resistenza italiana, di cui aveva il culto. Ed è morta senza mai compiacere nessuno - che è poi l'unica vera lezione di quella Resistenza.
[...] Quella di Oriana Fallaci è una sorta di rivoluzione copernicana dentro il mestiere. Il giornalista - secondo convenzione - è ai lati della storia, la vede scorrergli davanti e la racconta, cercando quell'ideale e impossibile punto di perfezione che si chiama equilibrio giornalistico. Fallaci straccia le convenzioni: si mette saldamente piantata al centro della storia; il suo IO diventa addirittura il punto centrale del racconto. Con il risultato che, con lei, il giornalista si mette allo stesso livello della storia e/o del personaggio che racconta. Attuando cosi uno straordinario cambiamento di approccio. [...]
Il tradizionale conflitto che i suoi lavori suscitano si è ripresentato, ma in maniera molto più drammatica, dopo l'11 settembre, con le sue ultime pubblicazioni, rudi, aggressive, sfacciate. Ha venduto come sempre milioni di copie, ma ha suscitato divisioni e critiche anche in un settore di pubblico, quello della sinistra e dei giovani, che l'aveva sempre guardata come un modello.
Il fatto è che il mondo che lei racconta nei suoi ultimi lavori, non ha nè "se" nè "ma". Era consapevole - e ferita anche se non lo avrebbe mai ammesso - delle critiche. Ma pensava fosse giusto soprattutto dire quello che pensava [...]. D'altra parte questo era il metodo Fallaci: scontrarsi con ciò che a suo parere era un luogo comune. Che una volta questo attacco abbia preso di mira Henry Kissinger e poi il relativismo etico della sinistra, non è stato il segno di una sua evoluzione politica. E' stato semplicemente il modo di Oriana di esercitare il "mestiere delle armi".>>
[Lucia Annunziata ne La Stampa del 16 settembre 2006]
<< Oriana Fallaci studiava. Si documentava su ogni cosa con precisione meticolosa. Prima di incontrare i potenti della Terra da scorticare in duelli all’ultimo sangue, Oriana si preparava con ossessione quasi maniacale sull’interlocutore destinato al sacrificio dell’intervista.
Oriana Fallaci studiava e studiava. Chi fraintende l’essenza del fallacismo, riducendolo allo stereotipo del testimone impressionistico, del temerario inviato di guerra che stila il suo resoconto tra rombi di elicottero e fiumi di sangue, non ha nemmeno idea di quanto, e con quanta voracità, Oriana Fallaci studiasse e sudasse sulle carte. Nel suo Insciallah Oriana fa dire al personaggio del Professore: «Dietro ogni bagno di sangue chiamato rivoluzione c’è un libro, dietro ogni insania costituzionalizzata c’è un libro, dietro ogni violenza collettiva c’è un libro». Nel «secolo delle idee assassine», come lo ha definito Robert Conquest, Oriana Fallaci si consacrò alla descrizione degli assassini. Ma conosceva benissimo i teoremi e i deliri che, attraverso le pagine dei libri, incendiavano la mente dei grandi assassini della Storia. Altro che impressionismo. Oriana Fallaci non conosceva limiti. Si era gettata con tutta se stessa nell’avventura di giovane staffetta partigiana e nei suoi primi passi di giornalista a Firenze. E si spese tutta intera nella stesura della sua ultima Apocalisse, ben sessant’anni dopo. Era totalizzante, intransigente, incapace di mediazioni e sfumature: viveva di assoluti. Aveva un carattere impossibile, ed è a questo eccesso temperamentale che viene imputata l’oceanica quantità di odi, rancori, ripulse velenose che ha nutrito l’esercito dei suoi innumerevoli detrattori, a ogni passo della sua carriera. Invece no, l’hanno sempre odiata, derisa, vilipesa perché Oriana era sola e voleva disperatamente restare sola e non farsi irretire dalle sirene dell’irreggimentazione culturale. È vero, c’era qualcosa di straordinariamente conturbante nella sua assoluta mancanza di senso del limite. Aveva la civetteria di dire che il suo direttore preferito era stato Franco Di Bella, perché quando Oriana arrivò a tarda ora nella redazione del Corriere con in mano la fluviale intervista all’ayatollah Khomeini, Di Bella non esitò un secondo a smantellare il giornale già impaginato per dare il massimo di luminosità (e di pagine) al grande scoop. Certo, solo con un gesto di così incondizionata venerazione si poteva far ingresso nell’empireo dei suoi direttori preferiti. Ma Oriana Fallaci era la più brava, la più tradotta, la più conosciuta nel mondo. Era lei che aggiungeva lustro a una testata prestigiosa come l’Europeo.
C’era lei a descrivere in modo impareggiabile il massacro di Piazza delle Tre Culture a Città del Messico, anno 1968, nella più cruenta delle vigilie olimpiche, quando fu ferita e la volevano portare all’obitorio perché sembrava morta. Andò a raccontare la guerra del Vietnam, tornandone come una delle reporter più famose del pianeta. Di quell’esperienza volle fissare «la grande emozione » in un libro, Niente e così sia, che seminò rotture e risentimenti nella comunità degli inviati in Vietnam. Andò come sarebbe sempre andata con i libri della Fallaci: il pubblico lo apprezzò, la suscettibile tribù dei giornalisti lo mise in isolamento, o lo dileggiò (e Giorgio Bocca chiamòOriana «Oliala»). Fu lei, in un incontro memorabile poi pubblicato in uno dei capitoli centrali della sua Intervista con la Storia, a far infuriare Henry Kissinger, il quale poi confessò che avrebbe voluto spaccarle il naso, a quella giornalista impertinente. Fu lei a narrare la celebre scena (una trovata letteraria geniale) del chador provocatoriamente gettato via al cospetto di un Khomeini allibito. O a far capire al mondo l’irriducibilità del conflitto israeliano-palestinese attraverso i ritratti di Golda Meir e Yasser Arafat.
Il curriculum invidiabile di una scrittrice che amava la scrittura senza la leziosità degli scrittori alla moda e una giornalista che in cuor suo detestava, ricambiata, i salamelecchi delle liturgie giornalistiche. Oriana Fallaci era una donna. Una donna molto difficile. Uno dei suoi primi libri si intitolava Il sesso inutile.Ma tra le sue battaglie c’era anche quella della donna combattente immersa in un ambiente dove l’esser donna non solo è inutile, ma anche sciaguratamente dannoso: «Quando sei una donna, devi combattere di più». Quando Camilla Cederna tornò dalla Cina di Mao e scrisse estatica che nel paradiso della rivoluzione culturale non c’erano ladri né prostitute perché l’uomo nuovo maoista era buono e finalmente riconciliato con i ritmi della natura, Oriana Fallaci non si risparmiò nel colpire la celebre collega con una delle sue furenti invettive. Il mondo dei giornali, vedendo le due donne accapigliarsi, si divertì come davanti a una lite tra comari.
Il conflitto serio, quello non lo presero in considerazione. Ma alcuni accolsero sarcasticamente persino la storia di Alekos Panagulis, Un uomo (1979), insinuando e motteggiando che l’uomo in questione non fosse lui, ma lei. E non capirono, o le lessero come una parentesi divagatoria e intimistica, le pagine di Lettera a un bambino mai nato, il monologo che Oriana Fallaci aveva dedicato al (suo) dramma della maternità. Abortisti e antiabortisti se lo contesero, sebbene lei volesse sfuggire alla contesa. E non venne colto il filo segreto che congiungeva due libri tanto diversi e che invece si sarebbe imposto con evidenza, se solo non si fosse ignorato quel che pure Oriana Fallaci ha argomentato tante volte: «Ciò che davvero mi spinge a scrivere è lamia ossessione per la morte ». Oriana Fallaci, fiorentina ostinatamente innamorata di Firenze, aveva scelto New York come patria d’elezione. Un oceano di distanza, però, che non riusciva ad attutire l’eco di un’ostilità persistente e pregiudiziale diffusa in Italia come una malattia contagiosa.
La Rabbia e l’Orgoglio non c’entra, perché quel grumo risentito e antipatizzante per partito preso datava da molto, molto tempo prima che gli aerei dell’11 settembre devastassero le Torri gemelle e le vite di chi ci stava dentro, in quel mattino che cambiò il mondo e la Storia. Insciallah era uscito nel 1990, lo «scontro di civiltà» era lontano e la scrittura di Oriana Fallaci si scioglieva ancora lungo un registro narrativo in cui la «rabbia » sembrava un sentimento trattenuto e non straripante. Eppure l’autrice (anzi, per l’esattezza e per rispetto della sua testarda determinazione, lei scrisse «l’autore ») volle introdurre il romanzo dedicando «questa sua fatica ai quattrocento soldati americani e francesi trucidati nel massacro di Beirut dalla setta Figli di Dio». Quel che c’era da vedere, nella prefigurazione dell’offensiva fondamentalista dell’islamismo, si poteva vedere anche con un certo, discreto anticipo. Bastava studiare, come faceva lei, e soprattutto non lasciarsi offuscare dal pregiudizio.
Eppure anche allora si radunò compatto il partito anti-Fallaci, variegato, multiforme, ma abilissimo nel fiutare le orme della Nemica, dell’Orchessa così volgarmente odiata da uno scrittore come Tahar Ben Jelloun da fargli dire che ogni riga fallaciana avesse origine in realtà da un irrisolto rapporto con «l’uomo». Nacque ben prima dell’11 settembre l’antifallacismo di maniera, che avrebbe voluto vedere la Fallaci scomparire dalla faccia della terra, ma che, senza volersi accorgere del paradosso, sull’icona negativa della Fallaci ha campato parassitariamente per anni. Anzi, in taluni casi, visto che il conformismo è molto remunerativo, per decenni. Oriana Fallaci era pugnace, ostinata, puntigliosa, litigiosa.
Chi l’ha conosciuta, e riusciva a entrare anche solo per poco nel cerchio magico della sua confidenza, poteva trovare in lei improvvisamente, e del tutto inaspettatamente, squarci di tenerezza che si imprimono nella memoria come momenti fugaci prima della sua inesorabile esplosione d’ira, troppo totalitaria per non annientare ogni spiraglio di comunicazione con l’interlocutore. Amava l’omaggio galante di un mazzo di fiori, ma la sua indignazione non conosceva confini se malauguratamente si fosse trattato dei fiori sbagliati. Fumando senza tregua, anche quando il cancro sembrava mangiarsela rendendola sempre più sottile, era capace di scuotere chi gli stava di fronte con una corrente di emozione travolgente.
Ma solo se eri in grado di guadagnarti la sua fiducia. Se invece non ti dimostravi all’altezza, lei poteva annichilire tutto ciò che era stato raggiunto un attimo prima. Oriana Fallaci si sentiva braccata, odiata, vittima di un furore inspiegabile con le consuete categorie della diversità ideologica e della lontananza culturale. Ma si sentiva anche orgogliosa del fedele popolo di lettori che negli ultimi anni ne aveva fatto un idolo amatissimo. «Ho dato voce a tanta gente che non ne aveva», usava dire senza saper celare un moto di fierezza. «Non mi interessano i critici. Sono quasi sempre scrittori falliti e, di conseguenza, invidiosi e gelosi di chi scrive», scrisse replicando a uno degli attacchi più duri e violenti. Non era vero, rimuginava su ogni parola scagliata dai critici astiosi.
E se ne addolorava, malgrado il successo mondiale dei suoi libri, in tutte le lingue. «Su ogni esperienza personale lascio brandelli d’anima»: non è retorica letteraria, era la sua vita. >>
[Scandalo Oriana, di Pierluigi Battista. Corriere della Sera del 16 settembre 2006]
<< Se ne è andata come era vissuta negli ultimi vent’anni, una volta lasciato il giornalismo attivo. In solitudine, avendo il mondo in gran dispetto, analogamente a un’altra grande protagonista del Novecento, Greta Garbo. Ma l’ossessiva, maniacale difesa della propria privatezza non era, per lei, un vezzo. Nascondeva sentimenti più profondi. Sembrava sfrontata, ed era timidissima. Appariva aggressiva, ed era vulnerabile. Risultava apodittica, ed era insicura. Nelle rare e sempre più sporadiche amicizie—come, credo, in amore— aveva cercato un rifugio alla timidezza, una protezione alla vulnerabilità, un sostegno all’insicurezza. Dava, con controllata pudicizia, molto più di quanto ci si potesse aspettare da una personalità così complessa e da un Ego manifestamente ipertrofico. Ma pretendeva moltissimo, con goloso esclusivismo, restando costantemente sul crinale della rottura.
Che era per lei la misura ultima della propria indipendenza, la via di fuga dal compromesso che comporta l’accettazione dell’altro. Rigorosa fino all’ossessione, non c’è articolo, libro, conferenza che non abbia scritto e riscritto più e più volte, alla ricerca, lei così profondamente toscana, delle parole e delle espressioni più fedeli alla nostra (la sua) bella lingua. Mai dichiarandosene soddisfatta. Neppure per la stesura finale. Che, rompendo una prassi di totale, impenetrabile riservatezza sul proprio lavoro, leggeva, con trepidazione, solo ai pochi, pochissimi del cui giudizio riteneva di potersi fidare e sentirsi rassicurata. È stata, nell’arco di una vita professionale ricca di riconoscimenti e di soddisfazioni, una grande, grandissima giornalista, insuperabile cronista di guerre e disincantata intervistatrice di uomini e donne celebri; un’autrice di libri prolifica e intensa, testimone attenta della Storia, ma anche, con sincerità, della propria stessa vita intima e dei propri sentimenti più profondi; infine, dopo l’11 settembre, da polemista, si era gettata in quello che riteneva un insanabile «conflitto di civiltà», ma anche la sua ultima battaglia, con radicale passionalità. Siamo stati amici per trent’anni.
C’eravamo conosciuti lungo i corridoi del Corriere della Sera negli anni in cui ero corrispondente da Mosca. Fra un’imprecazione e l’altra contro l’amministratore delegato che aveva appena incontrato e che non le era palesemente piaciuto, mi aveva detto, con simpatia, di apprezzare i miei articoli. Poi ci eravamo rivisti a Pechino dove, nel frattempo, mi ero trasferito e lei era arrivata per intervistare Deng Xiaoping. Questa volta, le era piaciuto che, a differenza di quanto accade spesso nel nostro mestiere, io non mi fossi lamentato della sua intrusione nella mia «sfera di influenza» di corrispondente locale. Anzi. Infine, da direttore, le avevo chiesto di riprendere la sua collaborazione al Corriere. E la nostra amicizia si era ulteriormente consolidata negli anni successivi. Abituata a prendere la vita di petto, mal sopportava, però, la mia inclinazione a ironizzare su tutto. Ciò che per meè disincanto, per lei era disimpegno.
Quando aveva scoperto che, fidandomi dei bravi redattori della Rizzoli, non avevo neppure letto le bozze del mio ultimo libro (dal quale era malauguratamente «saltato» un passo che la riguardava) e avevo replicato alla sua scenataccia di non essere portato a prendermi troppo sul serio, si era sentita tradita e aveva troncato ogni rapporto. Cara Oriana, so già che, da dove sei, mi manderai al diavolo. Ma questo ricordo della nostra amicizia e del tuo caratteraccio te lo dovevo. Con tanto magone. E la solita, maledettissima ironia. >>
[Piero Ostellino in Corriere della Sera del 16 settembre 2006]
Disgustoso ciò che scrive il Manifesto:
<<Dall'antifascismo alla restaurazione. Fra ambizione e fanatismo, una vita in guerra perenne.
[...] quello spirito almeno all'apparenza "bastian contrario" che l'aveva contraddistinta fin da giovane, avesse assunto negli ultimi anni forme isteriche e rivelatrici. [...] Abilissima mitografa di se stessa, Oriana Fallaci da questo personaggio non ha mai saputo, o voluto, uscire.>>
7/15/2006 Fatelo stare zitto!Non è possibile leggere certe cose sui giornali, non è possibile che certa gente apra bocca per dire solo ca**ate.
Eppure è così; il pricipio dettato dal grande Voltaire - "odio quel che dice il mio nemico, ma mi batterò sino alla morte affinchè abbia sempre la possibilità di dirlo " - è sempre stato tra i principi che ho sposato e ai quali mi inchino... ma stavolta mi vien difficile. Lo rispetto comunque, ma mi vien difficile.
Tutto questo a proposito delle dichirazione dell'on. Diliberto a seguito dell'escalation di guerra in Medio Oriente.
Sono sincero, non ho mai sopportato ciò che dichiara, tra me è lui c'è sempre stata una forte antipatia (ovviamente non può essere reciproca), ma questa volta non potete non essere d'accordo con me e appoggiare lui. No, stavolta no!
L' onorevole dice: << Gli Hezbollah hanno due ministri nel governo libanese, 35 deputati. È come per Hamas: ha vinto le elezioni libere e democratiche che si sono tenute nell’amministrazione palestinese. Molti in Occidente fanno i cantori della democrazia esportabile, e lì c’è stata, mica si può dire che non ci piacciono le elezioni perché hanno vinto loro. [...] la politica internazionale si fa così o niente, non si può trattare solo con quelli che ci piacciono, tant’è vero che gli ambasciatori italiani, anche negli anni del governo precedente, hanno sempre e regolarmente incontrato i rappresentanti di Hezbollah. Così va il mondo, Arafat era considerato un terrorista da una certa opinione occidentale, poi si è fatto un accordo con lui e ha vinto il Nobel per la pace. Le prospettive nel corso degli anni mutano>>.
Resta il problema di fondo: come si fa a parlare con organizzazioni che non riconoscono il diritto di Israele all’esistenza e anzi ne vogliono l’annientamento?
<<Rispondo con le parole di Rabin: la pace si fa tra nemici, non tra amici.>>
[le dichiarazioni dell'on. Diliberto sono tratte dal Corriere della Sera del 15 luglio 2006]
Certamente se si vuole trovare un'accordo, una "pace" lo si deve fare coinvolgendo nel dialogo tutte le parti; quelle che ci piacciono e quelle che non ci piacciono. Ma non si può per questo giustificare l'azione della parte che non ci piace. Hezbollah, Hamas, ecc. hanno partecipato e vinto alle elezioni "libere e democratiche", ma non dimentichiamoci che è proprio la democrazia a generare la tirannia. Mussolini e Hiltler come hanno fatto? Sbaglio o anche loro hanno fondato un partito, hanno vinto le elezioni e a poco a poco (anzi, troppo in fretta) hanno dato vita ad una dittatura totalitaria (autoritaria nel caso italiano) tra le peggiori che la storia possa ricordare? Come è possibile? Come può essere successa una cosa del genere? Semplice, con i mezzi più legali e democratici (almeno in apparenza) e con il sostegno dell'elettorato.
Anche Saddam Hussein ha ricevuto il 100% dei voti... lei ci crede?
Per cui prima di aclamare Hezbollah e Hamas come organizzazioni (partiti) democratici pensiamoci due volte.
Stesso discorso per il premio Nobel. Prima di tutto il premio Nobel non viene mica assegnato da un'organizzazione internazionale a carattere universale; viene assegnato da una giuria di persone.
Certo, Arafat ha firmato i trattati di pace, ma con una mano firmava, faceva la sua bella figura davanti alle telecamere e ai fotografi...con l'altra mano però armava i suoi miliziani e li incitava alla guerriglia.
Anche Kissinger ha vinto il premio Nobel eppure penso che siano in pochi a pensare che lui sia un uomo "di pace".
La politica internazionale si fa in un altro modo. 7/2/2006 Qualche critica.....come al solitoNon capisco per quale motivo Repubblica.it debba pubblicare le foto dei due poliziotti decapitati in Messico "per dovere di cronaca" quando non ho mai visto un solo filmato, una sola foto delle barbare esecuzioni che avvengo ormai da anni in Iraq e dintorni.....forse qualcuno si renderebbe veramente conto che abbiamo a che fare con dei macellai e non con dei "partigiani iracheni".
Il motivo? Molto meglio pubblicizzare le rivolte messicane piuttosto che far vedere la dura e cruda realtà dei gruppi terroristici islamici. Se qualcuno vedesse troppe volte quelle esecuzioni finirebbe per odiare i finti partigiani e simpatizzare per la pazzia di Bush. La politica del compromessoDi solito non voglio mai commentare la politica interna, la odio, la disprezzo, mi schifa. Ma la seguo, e anche da vicino. Stavolta però due parole le voglio dire.
E' notizia di questi giorni il rifinanziamento delle missioni militari italiane all'estero (peacekeeping o meno). Ancora una volta la maggioranza di governo non si dimostra maggioranza, o meglio, non si dimostra unita, coesa. Daltronde si sapeva da subito che un'insieme di partiti (grandi e piccoli) non potevano stare tutti sotto un'unica bandiera. In Italia - da una parte e dall'altra - ormai va di moda il partito unico.... ma che ca**o dite? Come si può in Italia creare un sistema bipartitico (e non bipolare)? Significa sconvolgere e cambiare un sistema partitico e soprattutto un sistema elettorale, se abbiamo un proporzionale non possiamo avere un bipartitismo e con cinquemila partiti con cinquemila fiori e piante e cagate di nomi vari, per cui cinquemila voci.... beh, le cose sono un pò difficili. Questo lo sanno i politici, è l'ABC della politica....sempre che i signori siano passati tra i banchi di scuola.
Comunque, ritorniamo al discorso d'origine. Premetto che rispetto ogni posizione politica (giusta o sbagliata che sia) e che ognuno abbia il diritto di pensare e dire ciò che vuole, questo qualcuno può essere anche un partito "dissidente" all'interno di una coalizione.
Posso rispettare la posizione dei Comunisti Italiani che non vogliono accettare il rifinanziamento della missione in Afghanistan, però signori miei un attimo di coerenza: se firmate un programma e se state all'interno di una coalizione giurando "fedeltà" io non dico di tradire i vostri ideali, però allora dentro quella coalizione non ci sareste dovuti entrare né tantomeno avreste dovuto firmare quel programma.
Proprio così, preché ormai la politica italiana va avanti a colpi di compromessi. Abbiamo rischiato una "catastrofe costituzionale" perché altrimenti Bossi avrebbe fatto cadere il governo precedente, e oggi? Oggi sono cambiate le pedine, ma il gioco è sempre lo stesso.
Un programma di 300 pagine non perché dettagliato, ma perché estremamente confuso che non dice niente di preciso, doveva accontentare tutti; 103 poltrone per restituire favori a tutte le forze politiche in campo altrimenti come li si sarebbe tenuti a bada i partiti che rivendicavano i voti ricevuti? L'ultima, in ordine di tempo ma non in assoluto, il decreto di rifinanziamento.
Questo governo vuole portare avanti la missione in Afghanistan, ma al suo interno vanta ministri delle forze di estrema sinistra, nonché i pacifisti (che il pacifismo non sanno nemmeno cosa sia). Il risultato? Un decreto che è un compromesso: continuiamo la missione in Afghanistan ma non interveniamo con gli aerei come chiesto dalla NATO e oltrettutto ritiriamo 3-400 militari....cosi si cerca di accontentare tutti.Il tutto non è contenuto in un semplice decreto, ma su quel decreto è stata posta la fiducia: ciò vuol dire che molti si riterranno "costretti" a votarlo per non far cadere il governo Prodi. Eh già, se non passa il decreto il governo torna a casa! Complimenti, veramente un'ottima mossa! Vergognatevi!
Ma vediamo un pò qualche intervento....
Il Ministro degli Esteri D'Alema (almeno stavolta) è stato abbastanza chiaro, deciso e - per parte mia - corretto:
"Rispetto le ragioni di coscienza ma la maggioranza deve essere in grado di sostenere la politica estera del governo. E' in gioco la nostra credibilità" (ne abbiamo ancora una perchè?).
Il Sig. Diliberto invece è il più ignobile in questa situazione:
- Segretario, sembra di capire che siete pronti a votare un’eventuale fiducia sull’Afghanistan...
- Io non ho detto questo.
- Quindi non la votereste?
- Non l’ho detto.
- Insomma, onorevole, la votereste o no la fiducia?
- Ci adopereremo perché il governo non cada e anzi si rafforzi.
Mi scusi un attimo "Segretario" ma da che parte sta? Non può dare fiducia la governo ma essere contro il decreto. O da una parte o dall'altra, non si può stare con un piede di qui e uno di là. Ma sentite cosa dice poi...
«Chiediamo che il governo si adoperi in sede NATO per porre fine alla missione in Afghanistan». Altre due cose Diliberto chiede a Prodi. La prima è di esprimere «fermissima condanna verso Israele», la seconda è di respingere al mittente il soccorso bianco offerto dall’Udc. «Il premier dica "Non ci servono i voti di altre forze politiche", li deve rifiutare, se poi quelli li danno è un problema loro. Noi siamo contrari a maggioranze alternative o variabili. Non si deve snaturare o allargare questa maggioranza. Nessun accordo con i servi di Bush».
Nuovamente i miei complimenti Diliberto, è proprio un gran politico lei, eh si! Lo schifo in persona!
Stessa cosa, nella NATO o ci stiamo o non ci stiamo, smettiamola di fare della politica estera italiana una politica di facciata. Stiamo dentro tutte le organizzazioni internazionali, ci adoperiamo per tutto e poi quanto contiamo? Un bel niente. Allora se si fa parte di un'organizzazione internazionale si agisce, altrimenti si esce. Non si può avere la botte piena e la moglie...
Seconda cosa, sono convinto anche io che l'azione israeliana è stata eccessiva, ma non possiamo chiedere una condanna. Non pensa che sia più giusto condannare coloro i quali quello Stato non lo riconoscono e coloro i quali dichiarano apertamente di voler distruggere quello Stato distruggendo la sua popolazione a colpi di autobus saltati in aria? Ma stiamo scherzando? Lei è proprio una persona che mi fa alterare i nervi (per non utilizzare altri linguaggi a lei sicuramente più adatti). Ma cosa stiamo facendo? Gli israeliani sono degli assassini e i poveri palestinesi di Hamas e Fatah che sono? Gli angeli discesi dal Paradiso? Un pò di coerenza e serietà per favore.
Le ricordo poi che in Itala ci dovrebbe essere un regime democratico, non vedo il motivo per cui debbano essere rifiutati i voti a favore di un vostro decreto anche se provenissero dalla parte opposta. Anzi, non capisco perché FI, Lega, AN ecc vogliano bocciare questo provvedimento (per certi versi capisco le motivazioni e per altri penso di sospettare le mosse dell'Udc...vecchia guardia DC), ma la motivazione di fondo è sempre la solita: la ricercata spallata! Avete proprio rotto con queste spallate! Ma è mai possibile che ogni cosa debba essere una verifica di governo? Collaborazione, collaborazione, collaborazione e dialogo!! Siete entrambi d'accordo su una cosa (ad esempio l'Afghanistan)? E allora perché votare contro se sino a ieri il governo precedente stava sulla stessa linea? Cosi non si fa politica, così non si manda avanti il Paese, cosi continuate solamente a giocare tra bambini "Ho ragione io", "No ho ragione io". Vergogna!
Non affrontiamo poi i temi del pacifismo... qualcuno continua a invocare l'art. 11 della Costituzione per delegittimare l'intervento in Afghanistan. Allora signori mie, smettetela di strumentalizzare e di fare propaganda. Lo sapete benissimo come stanno le cose e se non lo sapete allora fatevi un corso di diritto pubblico prima e internazionale poi. Scoprirete (ma tanto già lo sapete anche se fate orecchie da mercante) che la Costituzione Italiana è del tutto permissima verso queste azioni, la nostra Costituzione vieta esclusivamente la guerra, anzi non la vieta affatto, la ripudia. Ciò non vuol dire che la guerra non possa essere fatta, andando avanti con gli articoli scoprirete che è il Presidente della Repubblica che dichiara guerra (quindi la guerra si può fare!) dietro richiesta del Parlamento che oltrettutto dà pieni poteri al Governo. Si proprio così, quella Costituzione che tanto fate vostra, che tanto difendete. Inoltre nella Costituzione si cita solamente la parola "guerra"...sappiamo benissimo che da una guerra ad un uso della forza c'è di mezzo un oceano! La nostra Costituzione non vieta nessun intervento che è stato effettuato sin ora in ambito internazionale (l'unico problema potrebbe sorgere per i Balcani.....ma ce le avete mandate voi le bombe sopra Belgrado! O forse ha la memoria corta Sig.Diliberto?). Per cui smettiamola di nasconderci dietro ad un filo, l'intervento in Afghanistan è legittimissimo; ONU, NATO e tutta la comunità internazionale lo approvano. In Afghanistan ci stanno gli spagnoli di Zapatero ritirati dall'Iraq, in Afghanistan ci stanno i militari dei neutralissimi paesi scandinavi. Quindi per favore chiudiamo questo teatrino, o in Afghanistan ci si va e si lavora altrimenti ci si ritira a vita privata, si esce fuori dalla NATO e dall'ONU (mi pare assai impossibile), si dichiari la neutralità dell'Italia e tutto finisce lì, ma perfavore smettiamola con queste mascherate.
Direi di aver detto troppo, sicuramente mi sono sfogato. Ora vedremo che succederà in Parlamento il 17 luglio quando si dovrà porre la fiducia sul decreto di rifinanziamento. 6/27/2006 La politica estera italianaScusate il ritardo con cui pubblico questo post, in effetti certe cose sarebbe stato meglio leggerle prima, ma....meglio tardi che mai!
Vi consiglio di leggere il messaggio del Ministro degli Esteri Massimo D'Alema davanti alle commissioni esteri di Camera e Senato dello scorso 14 giugno 2006, e la conferenza stampa dopo la visita del Ministro a Washington con il Segretario di Stato USA Condoleezza Rice (16 giugno).
La conferenza stampa può essere letta (solo versione inglese) o anche ascoltata (versione inglese con traduzione italiana). Riguardo a quest'ultima vi prego di stare attenti al linguaggio utlilizzato e alla modalità con cui si affrontano i temi (non secondari) della politica internazionale che accumuna i due paesi.
Il mio giudizio? Una totale farsa, una presa in giro. Le conferenze stampa dopo gli incontri sono sempre le stesse, non dicono niente di più. Si limitano a confermare la "grande amicizia" tra le parti, ma non affrontano mai il problema. No comment per quanto rigurada Guantanamo. Per sottolineare il carattere "stupido" dell'incontro e della conferenza stampa successiva vi faccio presente che a entrambi - sia a D'Alema che alla Rice - vengono chiesti i pareri per quanto riguarda la partita ITALIA-USA (che si sarebbe giocata il giorno successivo).
Una vera e propria presa in giro, una totale (o quasi) subordinazione.....del resto la politica estera italiana degli ultimi tempi è mai stata diversa?
(Roma, 14 giugno 2006)
- Conferenza stampa successiva all'incontro tra il Ministro D'Alema e il Segretario di Stato USA Rice
(Washington, 16 giugno 2006) 6/18/2006 Veramente curiosoNessuna critica, nessuna provocazione.... però ieri ho notato due cose particolarmente "curiose" rigurdo i mondiali Germania 2006.
La prima cosa che ho notato, mentre rientravo a casa (la partita era iniziata da dieci minuti e io correvo come un pazzo in bicicletta), sono state le strade deserte, le finestre delle case completamente spalancate per far muovere almeno un filo d'aria, e dalle stesse finestre si potevano vedere esposti i Tricolori e si sentiva la tv a volume altissimo, ovviamente sintonizzata su RaiUno (che almeno la partita dell'Italia ce le fa vedere...). E' stato bello vedere e sapere che così tanta gente è unita per una stessa causa. In questo caso era una semplice partita di calcio, che poi tanto semplice non si è rivelata, ma eravamo uniti! Non importa se per una partita e per un
no-alla-guerra; abbiamo trovato qualcosa che ci unisce sul serio e che per una volta non ci trascina nella polemica e nella separazione.
Il Tricolore per una volta non sventolava solamente nel carcere della Rocca, ma dalle finestre dei cittadini, dalle finestre di gente comune, dalle finestre del Popolo.
Secondo voi se mandassimo la nazionale di calcio a Palazzo Chigi riusciremo a risanare i conti e a far partire l'economia? Secondo me si.... ma soprattuto ci sarà più attenzione e più simpatia per la politica!
La seconda cosa che ho notato o che, meglio, mi è venuta in mente è che almeno stavolta non stavamo dalla stessa parte degli USA!!!
Ovviamente interpretate il tutto con il dovuto umorismo. All'inizio l'ho detto: nessuna critica, nessuna provocazione. 6/17/2006 Grande Signora!Solo ieri il post contro il gay-pride di Torino che si è tenuto oggi. Sul Corriere.it si trovano le foto "sotto accusa", ma stavolta ce n'è una che "promuovo" (appropriamento di autorità
I miei complimenti Signora!
Il confine tra Chiesa e StatoL'editoriale del Corriere della Sera di oggi, 17 giugno 2006
IL CONFINE SCOMPARSO
di Sergio Romano
A un convegno romano sul tema della «detenzione dei rifugiati richiedenti asilo», il cardinale Renato Martino ha denunciato i Cpt (Centri di permanenza temporanea) istituiti dalla legge Turco-Napolitano per la custodia degli immigrati che cercano di entrare clandestinamente nel territorio italiano. Ha dichiarato che «sono ridotti ormai a vere prigioni dove si violano sistematicamente i diritti dell’uomo» e che occorre trovare «soluzioni alternative». Martino non è soltanto un cardinale. E’ stato rappresentante della Santa Sede presso le Nazioni Unite, presiede il Consiglio vaticano «Giustizia e pace», è responsabile del «Consiglio per i migranti», è il «ministro per i diritti umani» della curia romana. Non sono posizioni nuove. Il cardinale ha espresso con forza, nel calore di un incontro con i militanti dell’accoglienza, concetti che rispecchiano la politica vaticana. La Chiesa è una grande istituzione universale e parla al mondo più di quanto non parli a una singola nazione. Se si esprimesse come un’istituzione occidentale, rinuncerebbe a fare opera di evangelizzazione fra le grandi masse del pianeta. Se continuasse a tenere, come fece per molti secoli, un linguaggio prevalentemente europeo, perderebbe un’occasione storica e si ridurrebbe alle dimensioni di un culto «locale». Agli occhi della curia romana, quindi, la vecchia Europa, tiepidamente cristiana e incurabilmente «relativista», è meno importante di quanto non sia l’enorme capitale umano che la globalizzazione offre alla sua missione apostolica.
Ma il cardinale Martino non ha parlato all’Onu, con l’autorità di un «principe della Chiesa», dei problemi del mondo. Ha parlato in Italia di strutture (i Cpt) che sono state create da un governo di centrosinistra, ereditate da un governo di centrodestra e che riflettono verosimilmente le esigenze di una larga parte della società nazionale. Entriamo a questo punto nel vivo di una questione che concerne i rapporti fra lo Stato e la Chiesa. Soltanto qualche incallito anticlericale potrebbe negare alla Chiesa il diritto di proclamare le proprie convinzioni sui problemi che investono le società moderne. E’ comprensibile che parli di matrimonio, aborto, fecondazione assistita, eutanasia, ricerca sulle cellule staminali. E’ altrettanto comprensibile che predichi i doveri dell’assistenza e della generosità. Ed è infine comprensibile che richiami i fedeli alla necessità di conformarsi alle sue indicazioni. Ma esiste una frontiera della convivenza e della distinzione dei ruoli che la Chiesa ha interesse a non scavalcare. Quella frontiera fu attraversata quando il cardinale Ruini, in occasione del referendum sulla fecondazione assistita, esortò gli italiani a disertare le urne. E viene attraversata nuovamente nel momento in cui il cardinale Martino chiede al governo italiano di chiudere i Cpt. Questo doppio sconfinamento sembra dimostrare che la frontiera, per la Chiesa, ha cessato di esistere e che il clero romano in Italia è diventato una sorta di condomino, autorizzato a interloquire, raccomandare, proporre e vietare. Spiace dirlo, ma non credo che questa funzione appartenga ai suoi diritti e ai suoi interessi. Quando entra nel merito di una concreta questione politica e amministrativa la Chiesa scende di uno scalino, diventa l’interlocutore dei partiti, assume le dimensioni di una lobby e, soprattutto, si espone al rischio di trovare lungo la strada qualcuno che cercherà di usarla per i suoi fini elettorali: esattamente il contrario di ciò che una Chiesa universale deve desiderare. ____________________
Beh, stavolta devo ammettere di essere più in disaccordo che in accordo. E' vero si che si è registrata, anche stavolta, un interferenza negli affari politici italiani da parte della Chiesa, ma è anche vero che qui non si parla esclusivamente di politica (ovviamente poi il rimando è quello), qui si parla di diritti dell'uomo. Alla Chiesa preme quello, almeno da quanto mi pare di capire. La Chiesa non vuole che i Cpt vengano chiusi - punto e basta - perché una cosa sbagliata; la Chiesa vuole che quei centri funzioni garantendo i diritti fondamentali dell'uomo, come oggi si chiede ugualmente la chiusura del carcere di Guantanamo. Per cui, seppur sempre con le dovute considerazione del caso, e limitandosi solamente al carattere dei diritti umani e non al carattere politico dei centri, stavolta la Chiesa aveva tutto il diritto e il sacrosanto dovere di parlare. 6/16/2006 Cambiano gli uomini politici, ma non la classe politicaCi siamo liberati di un presidente falsario in bilancio nonché paga-tangenti, insieme alla sua squadra di amici "processabili" ma non processati, e chi ci ritroviamo al loro posto...
SERGIO D'ELIA, 54 anni, ex terrorista di Pirma linea (gruppo terroristico "di sinistra" attivo negli anni Settanta, i cosiddetti Anni di Piombo). Condannato a 30 anni (l'allora pubblico ministero di Firenze, Pier Luigi Vigna, aveva richiesto l'ergastolo) per l'assasinio del poliziotto Fausto Dionisi, avvenuto a Firenze nel 1978. Ma, poiché pentito, ne ha scontati solamente 12. Oggi onorevole (!!!) alla Camera dei Deputati, nonché segretario alla Presidenza di Montecitorio. Complimenti!
DANIELE FARINA, nato nel 1964. Oggi è il leader del più noto centro sociale di Milano.
- Nel 1986 (non ancora compiuti i ventidue anni) viene accusato di oltraggio, resistenza, violenza e fabbricazione o detenzione di materiali esplodenti. Condannato.
- Più tardi nuovamente: oltraggio-resistenza-violenza, reati contro l'ordine pubblico.
- Non finisce qui: nel 1994 la polizia di Milano lo arresta per reati contro lo Stato, detenzione o porto abusivo di armi.
- Il 13 dicembre dello stesso anno è il turno della Digos: danneggiamento e reati contro la pubblica amministrazione
- Nel 1995 la "carriera" va avanti: reati contro l'incolumità pubblica, lesioni personali, blocco stradale.
- Il 22 maggio: inosservanza dei provvedimenti dell'autorità (la stessa autorità che non ha rispettato, oggi la dirige)
- Il "curriculum" passa al nucleo antisofiticazione della polizia di Milano, 18 novembre 1999: agevolazione all'uso di sostanze stupefacenti o psicotrope.
- 2 ottobre 2001 nuovamente la Digos: produzione e traffico di stupefacenti
- L'ultimo fatto, giusto tre mesi prima l'elezione a deputato, 27 gennaio 2006: rifiuto di indicazioni sulla propria identità personale (menomale questo meno grave dei precedenti)
Oggi: vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati!!! Ciò vuol dire che l'onorevole oggi si ritrova a dover dettar le regole a chi, anni prima, l'ha accusato e condannato! Doppiamente complimenti!!!
Direi che questo possa bastare per dire che non ci siamo disfatti assolutamente dei criminali, anzi.....
Non tocchiamo poi il tasto di Telekom Serbia, Iri &Co. ne verrebbero fuori nomi di ministri, viceministri, sottosegretari, parlamentari e lo stesso Presidente del Consiglio......ditemi se non trovate qualche somiglianza al precedente? Quattro chiacchiere con Francesco (...che poi tra l'altro è anche un prete!)Dopo un commento ad un mio post di Francesco, un prete, è nato un piccolo scambio di opinioni, attraverso della mail, che oggi pubblico in questo nuovo post, per raccoglierle (ma non sono finite) e per aprire la discussione a chiunque voglia intervenire (spero numerosi). A presto.
Tutto inizia con un mio post "Precisazioni su me stesso"
al quale segue il suo commento e la mia risposta
successivamente padre Francesco scrive:
possiamo darci del tu, tranquillamente...
capisco quello che dici ma, se posso permettemi è abbastanza retorico... questa storia che io parlo per condizionare il "pubblico" semplice e ignorante, non so... personalmente ho sempre tenuto alto il livello dela comunicazione nella chiesa e anche chi lo ha più basso, raramente ho sentito "colleghi" agire come dici quanto all'esposizione mediale del papa (e di ruini) il problema non è loro ma di chi fa informazione... per decenni le prolusioni del cardinale presidente della cei sono state materiale per addetti ai lavori, ora sono diventate notizia da prima pagina... questo però non è una strategia ecclesiale, anzi! forse non c'è nessun altro che dice cose così pensate, forse c'è, come dicono alcuni, una campagna anti ecclesiale, non so... so solo che un po' da fastidio questo essere sempre sotto i riflettori qualunque cosa dici... la tua questione la rivolgerei ai grandi guru dell'informazione e direi "che interesse avete a mettere in evidenza costantemente la gerarchia ecclesiastica e solo su alcuni temi?" su queste cosa, invece da cristiano e da cittadino ti inviterei a leggere per intero gli interventi (soprattutto di benedetto) che sono quanto di più intelligente si può leggere in giro (a parte vabbè le pubblicazioni scientifiche di teologia)... ratzinger è un teologo creativo e assolutamente non dogmatico e da papa mi sembra stia raddrizzando alcune deviazioni della chiesa woytiliana in maniera pacifica e intelligente... sul dogmatismo... è una questione di esprienza personale e poi di valutazione intellettuale: non ho ancora trovato un ambiente meno dogmatico della chiesa cattolica... i dogmi di fede sono chiari, evidenti, ragionevoli... ma al di la dell'essenziale cè una libertà di pensiero che pannella o fini si sognano... prova a difendere le ragioni delgi immigrati in un gruppo di AN o a parlare di problematicità dell'aborto in un circolo di donne DS! e poi fatti un giro di parroci su questi temi e troverai una grande varietà di atteggiamenti e posizioni... vabbè per ora basta così che devo andare mi dirai Andre scrive:
Apprezzo la tua risposta [...]. Ovviamente il problema non sta tanto nel papa e nei preti che "parlano dall'altare", il problema sta appunto in chi li segue senza magari ragionarci sopra.
Non è tanto il prete che vuole conquistare le menti (anche se comunque mi è capitato di sentire sacerdoti che lo facciano), ma le menti che si lasciano conquistare senza indugio. Non voglio criticare il fatto che il papa (o i preti dall'altare) esprima la sua posizione in determinate tematiche (alla quale posso o non posso essere d'accordo), ma appunto il suo effetto mediatico. Non voglio che il papa e la Chiesa la pensino diversamente (assolutamente!), ma che semplicemente tengano in considerazione il loro potere mediatico. Non so, ma molte volte sembrano far tanto comodo al cardinal Ruini i "corteggiamenti" dei media..... e non a caso la loro voce si fa sentire sempre in determinati momenti. Come la mettiamo col il fatto che la Chiesa abbia sconsigliato agli italiani di andare a votare per il referendum sulla procreazione assistita, e solo qualche giorno fa la stessa Chiesa ha esortato gli stessi italiani a recarsi alle urne per votare poiché il voto è un sacro santo diritto e dovere di un cittadino? Non poche contraddizioni. Questo non è esprimere una posizione e basta, questo è influenzare pienamente gli italiani in scelte politiche. Santa Sede e Stato Italiano sono due soggetti separati (nonostante il grandioso 8xmille e i Patti Lateranensi) per cui questa è un pura ingerenza negli affari politici di un altro stato (e se proprio vogliamo essere critici e pignoli è una violazione di un principio del diritto internazionale). Per quanto riguarda ciò che scrive il papa (o chi per lui), beh le parole usate utlimamente non erano tanto docili ma avevano un pizzico di discriminatorio. Per quanto riguarda i dogmi, ti ho già detto: è molto più dogmatico un gay-pride che un enciclica. E' anche vero, però che la Chiesa potrebbe essere dogmatica "giustificata". Io non accetto assolutamente le idee di certi movimenti (omosessuali, femministi, ecc). Se voglio far valere i diritti di una donna non mi batto a spada tratta per l'aborto o per la procreazione assistita considerandoli come le cose più utili e buone per la donna; ovviamente questi diritti devono essere garantiti, ma il movimento ha fatto troppa leva su ciò tralasciando ad esempio le quote rosa o tante altre cose. Per quanto riguarda gli omosessuali invece (richiamo solamente omossessuali e "diritti della donna" perché sono le lotte più accese ultimamente, ma non bisogna tralasciare anche i dogmi imposti dai partiti politici) ...dicevo... per quanto riguarda gli omosessuali io odio la lotta che loro stanno facendo, la odio e mi fa letteralmente schifo. Ma il motivo di questo mio disprezzo non sta nel fatto che siano omosessuali, a me non importa che siano omo o etero, per me sono persone - punto e basta - uguali a tutti gli altri, ed è per questo motivo che odio la loro lotta (non quella di tutti, intendiamoci). Come ho già detto l'identità non si conquista con un gay-pride e con una poltrona in Parlamento. Non devo dimostrare niente a nessuno; se poi qualcuno li considera diversi (e questi "qualcuno" sono comunque troppi) il problema sta nell'ignoranza di quel qualcuno, non nella diversità degli omosessuali. Infine per quanto riguarda ciò che scrive il papa, escludendo la mediaticità, sono d'accordo con te. Benedetto XVI non è certo il primo ignorantello che la Chiesa ha trovato per strada, è sicuramente un uomo molto intelligente, questo sicuramente non lo metto in dubbio. Ciò che ha scritto, ad esempio, riguardo all'eros è un qualcosa di magico, una bella considerazione; ciò però non mi distoglie dai toni a tratti offensivi che utilizza altre volte. Felice nuovamente di averti letto padre Francesco scrive:
le cose son tante...
8 x mille e patti lateranensi sono cose un po' diverse... l'una è un'idea (geniale, non c'è che dire!!!) per mettere la questione dell'appartanenza religiosa (non solo cattolica!!!) in maniera centrale nella società italiana; i patti sono uno strumento di accordo bilaterale tra chiesa e stato... ma nell'una la chiesa è sinonimo di chiesa italiana, nel secondo è sinonimo di chiesa universale che stabilisce degli accordi (- quadro) con un uno stato sovrano ratzinger, come la curia romana e gli abitanti dle vaticano, sono una cosa... ruini, come qualsiasi membro della chiesa gerarchica in italia (me compreso), non è cittadino di un altro stato la chiesa italiana, insomma, non è "il vaticano"... sono due soggetti distinti, diversi... questo mi pare essenziale come "corpus" sociale che vive in uno stato la chiesa penso abbia diritto di esprimere la propria opinione su alcuni aspetti... riguardo ai referendum mi pare che la natura dei due referendum sia sostanzialmente diversa (tanto che questo vale anche senza quorum) e la posizione mi sembra coerente (e per è condivisa): il referendum è un momento alto di partecipazione di un cittadino alla vita politica del paese... e lo si può dire astenendosi (posizione molto chiara politicamente) o partecipando (specie in questo caso in cui comunque il risultato vale) un cristiano ha il dovere morale di partecipare alla vita politica del suo paese... questo si traduce in un invito esplicito della conferenza episcopale italiana: mi meraviglierei del contrario! il potere mediatico del papa o dei vescovi (di ruini, però) è praticamente nullo... non mi pare che ci sia un'opinione pubblica "church friendly" perchè si parla di ratzinger o di ruini, anzi!!! mi pare che certe cose vengano sottolineate apposta dai poteri informativi... una soluzione sarebbe non dir niente, tacere su ogni cosa... ma un cristiano (e la chiesa di conseguenza), a differenza di altri, non può esimersi di vivere nella storia, di sporcarsi le mani... come si dice spesso in ambienti ecclesiali, tutti sono a favore dei gay, ma la "chiesa" è l'unica che ha prodotto una serie di documenti (dunque ha investito tempo, risorse, menti, discussioni ecc.) per delineare un atteggiamento corretto ed evangelicamente vero nei confronti di chi è omosessuale... altri al di la di proclami o di pamphlet non mi pare siano andati... così sulle donne ecc. parole offensive di ratzinger non mi sovvengono... forse qualcosa di forte riportato dai giornali, ma poi leggendo il contesto molto si ridimensiona... è un lavoro costante che devo fare anch'io quando leggo certi titoli: "possibile che?" poi vado ai testi completi e si capisce... io sono fermamente convinto che è il modo di comunicare le notisie religiose che spesso è incompetente (e forse anche volutamente di parte) a generare una certa immagine di chiesa e sono anche sicuro che questo limita fortemente la libertà di azione della chiesa ad alti livelli... come dire? se hai sempre un cannocchiale puntato sulla tua casa che commenta ogni passo che fai diventa difficile e problematico vivere... d'altro canto non sono neanche di quelli che pensano ad una perversione della società, ciò che manca è una misura normale della vita, il buon senso e il buon gusto del rispetto per gli altri in questo caso della chiesa poi un discorso grande è da fare su che cos'è la chiesa... ma qui è lungo davvero!!!
Andrea scrive:
Non so.... per certi versi trovo dei punti d'incontro, per altri non mi convince ciò che scrivi.
Vorrei sottolineare il fatto che, nonostante scriva come se ce l'avessi a morte con il papa e con la Chiesa, questo non è assolutamente vero. Anzi, per certi versi è il contrario. So benissimo come funziona la "disinformazione" e che i discorsi, sapientemente tagliati e ricostruiti, possono cambiare completamente il senso che avevano all'origine. Ma allo stesso tempo non ci vedo questa "assenza di colpa", questa "innocenza" delle posizioni ecclesiastiche, soprattutto in materia di omosessualità (anche in materia di aborto e procreazione assistita, ma li un po' meno perché le mie posizioni si avvicinano molto di più a quelle della Chiesa). Sembra che pur essendo, la Chiesa, a favore dei matrimoni gay, aborto, procreazione, i giornali scrivano tutto il contrario. Beh, secondo me, non è così. I giornali esagerano ma la posizione del papa su certi temi è ben percepibile! Rigurado al referendum non condivido, non ci si può appellare alla "diversità" del referendum, in alcun modo. Non c'è nessuna differenza che questo sia costituzionale o consultivo o abrogativo, non c'è differenza se sia richiesto il quorum o meno. E' giusto l'esorto alla partecipazione politica, che prevede anche l'astensione (io stesso mi sono astenuto al referendum per la procreazione assistita, eccetto che per un quesito), ma un conto è esortare chiaramente all'astensione (quindi una determinata partecipazione politica) un conto è invitare alla partecipazione politica nel suo complesso senza dare precise indicazioni di voto. Per quanto riguarda la curia ambrosiana....non mi pare che sia rimasta tanto sul generale. Ripeto, chiunque ha il legittimo diritto di esporre le proprie posizioni per quanto riguarda la politica italiana, comprese quindi tutte le gerarchie ecclesiastiche della Chiesa Italiana (e non del Vaticano) poiché cittadini italiani (pur sempre ricordandosi di non aprofittare della loro posizione per fare semplice campagna elettorale). Ma il papa non è un cittadino italiano, è un cittadino della Città del Vaticano, per di più sovrano! Non può quindi, cosi spesso, violare il principio di non ingerenza negli affari di un altro Stato. Dal punto di vista politico, ma ancora più del diritto, il papa è semplicemente un sovrano di uno Stato estero (né più né meno). Allora bisognerà ascoltare le posizioni di Bush, Blair, Chirac etc. e ancor di più le posizioni del rabino capo di Roma, dell'imam, dell'imperatore del Giappone etc. La Chiesa ha un'importantissimo e indispensabile collegamente con la nostra storia, la nostra società, la nostra vita, ma non per questo è legittimata ad ingerenze gratuite. padre Francesco scrive:
capisco meglio la tua posizione... come dire "non nasocndiamoci dietro a un dito: anche la chiesa ha i suoi buchi neri" e son d'accordo
però non mi pare che sia una questione così importante, nè sia necessaria la dietrologia di serie c... insomma il papa sul referendum non dice niente, ci mancherebbe! la diplomazia vaticana mi pare tra le più attente a certe cose! anche in occasione della legge 40 ha fatto un intervento elogiando l'azione dei vescovi italiani spero di non aver dato l'impressione che la chiesa sia fraintesa... no, il problema è l'uso strumentale della comunicazione sulla chiesa da parte di media... mi spiego fine anni 90 ruini come solito fa la consueta prolusione (struttura uguale: situazione della chiesa, situazione politica mondiale, situazione politica italiana): sul giornale si trovano dei trafiletti simpatici sul fatto che alcuni vescovi (spesso gli autisti) sono stati multati per eccesso di velocità oggi: ruini (stesso soggetto) fa la solita prolusione (stesso metodo e sostanzialmente stesse attenzioni)... caso politico questo per me è strano... fosse un'azienda andrebbe bene, ma la cosa un po' scoccia, penso io ricavo due conseguenze: a. l'incapacità culturale della politica e dell'informazione italiana... per cui la chiesa rischia di essere l'unica realtà pensante b. che il problema è qui... chi ha fede si occupa della situazione anche politica (in modo lobbistico, sostanzialmente e in questo concordo) perchè si rende conto che sono in gioco alcune questioni vitali... su queste pone degli interrogativi sensati, ragionevoli che non possono essere bypassati così facilmente prendo la questione dei pacs... non si capisce che cosa siano, quali vantaggi reali donino e perchè mai uno che non si sposa (evidentemente per scelta) dovrebbe quasi sposarsi... è dire non si può risovere il tutto dicendo sì... penso che la fatica di un credente oggi è quella di problematizzare le questioni che vengono presentate come troppo semplici... perchè poi questo della semplicità è il metodo della fregatura: il paese dei balocchi di pinocchio... la vita, mi pare, non è mica così facile... è una bella avventura da vivere, ma con una serie interessante di questioni significative...
N.B. Le e-mail sono state riportate testualmente senza alucn taglio. L'unico taglio che è stato fatto è ricollegabile a argomenti personali non inerenti la discussione, che ho ritenuto (anche nel rispetto dell'altra parte) esulare da tale discussione. 6/14/2006 Un po' di rassegna stampaDa Il Manifesto del 13 giugno 2006:
Lettera aperta a Giuliano Amato
Signor ministro, sappiamo che il tema delle politiche migratorie e della riforma della legge Bossi-Fini è uno dei più complicati che il suo ministero deve affrontare. Sappiamo anche che, in particolare, la questione dei centri di permanenza temporanea e assistenza è un nodo tutto da sciogliere. C'è una cosa, però, che lei potrebbe fare subito, con poca fatica ma ottenendo un grande risultato: permettere ai giornalisti di entrare nei cpt per poter raccontare cosa accade al loro interno. Inutilmente cercherà nella legislazione vigente un provvedimento che vieti esplicitamente agli operatori dell'informazione di farlo. Eppure funziona così, ormai da dieci anni. Da quando il primo governo di centrosinistra - di cui lei ha anche guidato l'ultimo tratto - istituì questi posti. Ci sembra una prassi illegittima e antidemocratica. Pericolosa, addirittura, perché fonte di abusi: lo scorso aprile a una cronista fu addirittura vietato di visitare un cpt che doveva ancora entrare in funzione, quello di Gradisca d'Isonzo. Il ministero dell'Interno spiegò che l'ingresso nel cpt veniva negato in base all'articolo 21 del regolamento della Bossi-Fini in cui - in verità - si elencano soltanto i soggetti autorizzati all'ingresso. Ciò non vuol dire, evidentemente, che tutti gli altri siano esclusi: infatti quell'articolo non contempla la figura dei parlamentari che, in virtù del loro ruolo, possono ispezionare i cpt. Secondo noi, lo stesso dovrebbe valere per i giornalisti. Ci sembrò peraltro particolarmente significativo che ilministero si appellasse all'articolo 21 di un regolamento, quando l'articolo 21 della Costituzione sancisce la libertà di stampa. Per questo «il manifesto» chiese a diversi giornalisti di firmare un appello in cui si chiedeva di porre fine al veto d'informazione sui cpt. Con adesioni numerose e importanti: tra gli altri Giovanni Maria Bellu, Milena Gabanelli, Fabrizio Gatti, Gian Antonio Stella, Paolo Rumiz. L'appello in seguito ha raccolto l'adesione di molti altri colleghi e cittadini. L'Ordine dei giornalisti ha inviato una richiesta al ministero dell'Interno affinché «siano tolte queste barriere e i giornalisti possano effettuare il loro lavoro, nell'interesse della collettività che ha il diritto di sapere e di conoscere». Il suo predecessore non ha ritenuto opportuno rispondere. Lo faccia lei. Non si tratta di opinioni su come governare i flussi migratori. Si tratta di una semplice questione di democrazia. Di cui c'èmolto bisogno. Cordiali saluti. ____________________ Dal Corriere della sera del 14 giugno 2006
6/12/2006 I love my debtE intanto il debito pubblico italiano arriva al record storico: 1556 miliardi di euro!!!
Nonostante abbia imparato, dal recente corso di macroeconomia, che il debito pubblico non è del tutto un male perché può essere utilizzato per stabilizzare l'economia, ho anche imparato che per lo stesso motivo il debito si debba avvicinare al massimo al 30-40 % del PIL..........peccato che l'Italia è il secondo paese più indibitato del mondo dopo il Giappone (non so se le posizioni siano cambiate), ma l'Italia ha un debito pari a oltre il 100% del PIL, e soprattutto il Giappone sa farne buon uso del suo debito.
Che si voglia o meno, promesse o meno, il debito si può abbattere in ben pochi modi: l'iperinflazione e la bancarotta non penso siano le scelte del governo. Rimangono quindi l'abbattimento della spesa pubblica (e non si attua con un taglio del 10% alle spese ministeriali....se poi questi ministri raddoppiano!! Ma con delle riforme nella politica fiscale e soprattutto nella previdenza sociale visto che siamo una Nazione che invecchia e che circa il 30-40% del PIL lo utilizza proprio per la previdenza sociale). Altra via l'innanzamento delle tasse..... per cui se veramente questo governo vuole abbattere il debito o dovrà lasciarci morire di fame abbattendo la spesa pubblica, o aumentandoci le tasse.
Mai come in questi ultimi anni, le scelte economiche sono sempre più politiche.
Confido in Padoa-Scioppa.....ma ho paura che sia un pò troppo vincolato dai politici che gli ronzano attorno, piuttosto che dalle leggi della macroeconomia.
Vedremo che succederà, sicuramente sarà difficile un ribasso del cuneo fiscale a breve termine (cosa che ci è stata promessa). Ma soprattutto bisognerà fare una scelta riguardo a quella che viene chiamata "redistribuzione intergenerazionale", ossia: siamo noi che dobbiamo pagare i costi di questa ripresa - tanto attesa ma ancora lontana - oppure dobbiamo scaricare alle generazioni future?
Riemerge la citazione: <<Beati i giovani perché erediteranno il debito pubblico>>
Alla politica l'ultima parola. 6/10/2006 Grazia Sofri-Bompressi e oltreDal Corriere della Sera di oggi, 10 giugno 2006:
SOFRI, BOMPRESSI, D'ELIA. QUANDO ANCHE LA GIUSTIZIA SI INCHINA ALLE <<LOBBY>>
Il rischio è che resti in galera chi non ha santi nel Paradiso della politica
Non ci sarà pietas nella grazia a Bompressi e a Sofri. Sarà solo la messa cantata con la quale un’intera generazione celebrerà la propria auto-assoluzione. Tanto meno c’è redenzione nella nomina di D’Elia a segretario della Camera. E’ solo la metafora attraverso la quale quella stessa generazione legittima il proprio potere. Negli anni Settanta ci fu un tentativo, dopo quello fascista del ’22, di «marciare su Roma», di violenta conquista dello Stato. Il colore delle camicie era rosso, invece di nero. Ma la vocazione illiberale era la stessa. Fallita l’impresa, molti uomini che vi avevano partecipato hanno scalato ugualmente il potere sociale e politico, questa volta per via pacifica, grazie soprattutto al cinismo di un sistema economico corrotto e corruttore che se ne è servito. E, da quel momento, si sono posti il problema di rifarsi una «fedina morale» pulita. La grazia per Ovidio Bompressi, l’uomo che assassinò materialmente il commissario Luigi Calabresi; quella per Adriano Sofri, che tutta una serie di sentenze ha condannato come mandante dell’assassinio; la stessa nomina a segretario della Camera di Sergio D’Elia, che ha passato anni in galera per terrorismo, sono un rito politico, simbolico e propiziatorio, comprensibile solo all’interno di tale «contesto» storico e generazionale. Bompressi ha chiesto la grazia perché si è pentito ed è in cattive condizioni di salute. Gli è stata concessa perché questo prevede la legge e suggerisce una ragionevole prassi umanitaria. Tutto lascia intendere che sarà concessa anche a Sofri, anche se sarà difficile, per il presidente della Repubblica, motivare il provvedimento, essendosi l’interessato sempre rifiutato di chiederla. Sofri sarebbe stato coerente col proprio ravvedimento se avesse socraticamente bevuto la cicuta della domanda di grazia invece di chiudersi in un ostile e ambiguo rifiuto. Sarebbe stato un modo non tanto di ammettere la propria colpevolezza quanto di riconoscere legittimità alla Giustizia e, quindi, allo Stato che aveva combattuto; legittimità che, invece, ha continuato, coerentemente col proprio triste passato e con arroganza, a negare. D’Elia è stato nominato segretario della Camera perché è ora alla testa del movimento «Nessuno tocchi Caino», che si oppone alla pena di morte nel mondo. Sono tutti e tre, a quel che si dice, altri uomini rispetto a ciò che erano.
Per me, lo scandalo non sta, dunque, né nella grazia a Bompressi e a Sofri, né nella nomina di D’Elia. Dopo un certo numero di anni, è giusto che la pena perda l’originaria funzione di punizione e chi l’ha scontata, anche se, per buona condotta, solo parzialmente, possa rifarsi una vita. Lo scandalo sta nella dimostrazione che, in Italia, anche per varcare la zona grigia fra giustizia e umanità, occorra essere protetti da una qualche lobby , in Parlamento e nell ’ establishment culturale, magari costituita dagli stessi sodali di un tempo. Ma degli altri reclusi, che non sono più gli stessi di quando commisero i loro reati, che ne facciamo? Li lasciamo in galera solo perché non hanno santi nel Paradiso della politica? Così, a presidio del Parlamento c’è ora un ex terrorista che lo voleva abbattere e a capo del governo c’è chi (Romano Prodi), facendo ballare un tavolino durante una seduta spiritica (?!), aveva indicato «in Gradoli» (via? città?) il luogo dove i terroristi tenevano Moro. Da noi, la storia trascolora volentieri dalla tragedia alla farsa. P. Ostellino Come avevo già scritto in precedenza sono più o meno d'accordo per la grazia a Bompressi. Ma a Sofri decisamente no! Rispetto le sue idee e il suo passato (per quanto non lo condivida), ma se quest'uomo la grazia non la vuole - poiché riconosce nella Giustizia lo Stato che ha combattutto, che ha assassinato - allora perché dobbiamo essere noi a dargliela? Non capisco quali siano le motivazioni per graziare Sofri e non altri detenuti più pentiti di lui. ...e che lui sia stato un detenuto d'élite questo non lo può negare nessuno! 6/8/2006 Mondadori 0 - Einaudi 1Questo pomeriggio finalmente vado in libreria. Sono quattro i libri che vorrei comprare, e visto che sono differenti le case editrici decido (purtroppo) di andare alla Mondadori del centro commerciale MegaForlì. Un'immensa libreria dove trovare un libro decente e interessante è come cercare l'ago in un pagliaio. Trovare un commesso disponibile e soprattutto preparato....ancor peggio!
La libreria è piena di sciocchezze, di libri-spazzatura su piante, su giochi, su revisionismi storici assurdi. Stranamente non ho visto Il codice da Vinci in vetrina né all'interno.
Riguardo al personale del tutto ignorante (non sapeva come cercare un libro, ancora meno dove potesse essere posizionato; addirittura le ricerche le faceva su ibs.it!!!) io sono dell'idea che ciascuno debba saper fare il proprio mestire, ma - appunto - lo deve saper fare!!! Se vado dal falegname trovo una persona che di legno se ne intende, se vado dal panettiere trovo chi il pane lo sa fare, in pasticceria idem; allora perché se vado in una libreria devo trovare il personale che non sa nemmeno come è fatto un libro?
Di quattro titoli, finalmente dopo lunga e penosa malattia, si riesce ad individuarne uno! Uno su quattro! Lo prendo, non vedevo l'ora di andarmene dal quel posto becero che di cultura sapeva ben poco. L'acuqisto: Vendetta. La vera storia della caccia ai terroristi delle Olimpiadi di Monaco 1972 di Jonas George.
Ma all'uscita mi si accende la lampadina: mi ricordo che uno dei quattro titoli è edito da Einaudi. Mi precipito verso il punto Einaudi (che coglione! Non potevo pensarci prima?!). Il punto Einaudi è veramente un posto dove abita la Cultura, non come quel centro-vendita di carta straccia! All'Einaudi respiri un'aria strana, come se la Cultura che lì abita entrasse dentro di te attraverso i polmoni. E' un posto piccolo, isolato e solitario, ma è proprio il posto migliore per leggere un libro (c'è anche un bel divano che ti ispira alla lettura!). Nemmeno pronuncio il titolo del libro e subito la signora, venendomi incontro, mi dice: <<Eccolo qua! E' questo il libro che cercavi vero? Fai pure con comodo, sfoglialo, leggilo, pensci pure. Io sono qua. Fai pure con comodo>> Ho subito pensato: <<Ah, che bello!! Potessi avere abbastanza soldi per comprare un libro al giorno e venir sempre qui!>>. Non volevo comprarlo quel libro, ma non perché non fui soddisfatto della copertina, ma perché non volevo andar via da lì. Mi sono guardato attorno pur di trovare un altro libro che mi rapisse. Ne ho trovati tanti, ma non potevo di più: sono troppi i libri che nella mia libreria aspettano di essere letti, ne compro tanti ogni volta e ne leggo pochi.
Sono andato via mezzo dispiaciuto (perché andavo via, e con in mano solamente un libro) e mezzo felice (perché ero stato all'Einaudi e perché avevo un libro in mano). Son sicuro che ci tornerò presto.
.....per la cronaca il secondo acquisto, quello Einaudi, è Sessantotto. La generazione delle due utopie di Paul Berman.
Vi consiglio, in caso un giorno passiate da queste parti, a Forlì, di fare un salto al punto Einaudi!
A presto, buon acquisto e buona lettura a tutti! 6/7/2006 La "guerra" di papa Nazinger/6 ...e di BushIl grandioso e maestoso paladino della giustizia ed esportatore della democrazia nel mondo (dovremmo iniziare il processo di beatificazione, e inoltre voglio che la via di casa mia venga a lui intitolata!!...così è la volta buona che parto in esilio!)....comunque, dicevo: il grandioso e maestoso paladino della giustizia nonché esportatore della democrazia nel mondo (leggi presidente USA G.W.Bush) ha proposto un emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d'America.
Secondo "Giorgino" infatti, la Costituzione viene troppo spesso interpretata in termini ampi per cui è necessario precisare che il matrimonio di cui parla la Costituzione non è da intendersi quello tra omosessuali, ma solamente tra eterossessuali. Questo è, secondo Bush, la giusta interpretazione della Costituzione (adesso è diventato anche costituzionalista?!?).
Bene, vorrei fare una domanda a Mr. Bush: secondo lei una Costituzione è rivolta ad una tipologia/casta/classe/razza ecc. di persone o è rivolta a tutti i cittadini che fanno parte di quello Stato? La Costituzione non è forse espressione della Volontà Popolare (quella richiamata da Rousseau)? Una Costituzione non è forse rivolta al POPOLO?
Se lei ha qualche problema ad individuare un cittadino, un appartenente al Popolo, allora sono problemi suoi. Perché secondo me (o meglio secondo la LEGGE, la stessa legge alla quale lei è sottomesso e alla quale dovrebbe inchinarsi!) è molto semplice individuare i cittadini che sono sottoposti al "vincolo" costituzionale. La Costituzione garantisce diritti e doveri di tutti i cittadini, ossia tutti quelli che hanno la cittadinanza statunitense! Bianchi o neri, maschi o femmine, sani o malati, musulmani o cattolici o protestanti o buddisti o ebrei, eterosessuali e omosessuali!
Il matrimonio poi verrà regolato nello specifico da leggi interne di grado inferiore alla Costituzione, ma il principio costituzionale penso sia abbastanza chiaro. Con ciò non voglio dire che i matrimoni gay siano del tutto legittimi e giusti, ma voglio solamente dire che la Costituzione non discrimina, per cui non si deve interpretare in senso restrittivo.
Penso anche che i Padri Fondatori di quella Costituzione, di quella Democrazia - in cui lei oggi abita e che tanto ha fatto per rovinarla - sarebbero tremendamente offesi se qualcuno volesse limitare i principi e i diritti costituzionali ad una categoria/casta/classe/razza. Perché i Padri Fondatori avevano l'obbiettivo di allargare i diritti e non di restringerli. Inoltre vorrei ricordargli un saldo principio costituzionale, tanto voluto in passato e al quale ancora oggi ogni americano si richiama: il diritto alla felicità! Si legga bene la Costituzione prima di proporre una modifica, e soprattutto non dia lezioni ai magristrati che, in quanto a leggi, sono un "pochino" più competenti di lei... e soprattutto ritorni a scuola e si faccia dare qualche lezioncina da un costituzionalista!
Intanto le rinfresco la memoria...
- Preambolo della Costituzione degli Stati Uniti d'America (15 settembre 1787)
<< Noi, Popolo degli Stati Uniti, allo Scopo di realizzare una più perfetta Unione, stabilire la Giustizia, garantire la Tranquillità interna, provvedere per la difesa comune, promuovere il Benessere generale ed assicurare le Benedizioni della Libertà a noi stessi e ai nostri posteri, ordiniamo e stabiliamo questa Costituzione degli Stati Uniti d'America >>
-XI emendamento
<< Il fatto che la Costituzione enumeri determinati diritti non potrà intendersi nel senso di negare o di deprezzare altri diritti che il popolo si sia riservato.>>
_____________________________
Ritornando a casa nostra invece, possiamo leggere il documento "Famiglia e procreazione umana" redatto dal Pontificio Consiglio per la Famiglia:
<<È l'eclissi di Dio alla radice della profonda crisi attuale della verità ad ispirare leggi che tendono a riconoscere coppie insolite formate da omosessuali che rivendicano gli stessi diritti riservati a marito e moglie. [...] Mai come ora l'istituzione naturale del matrimonio e della famiglia è vittima di attacchi tanto violenti.
[...] Da correnti radicali sono sorti nuovi modelli di famiglia. Abbiamo visto manifestarsi l'apologia della famiglia monoparentale, ricostituita, omosessuale, lesbica [I Signori Porporati forse non sanno che lesbica e omosessule è la stessa cosa, o meglio il termine omosessuale racchiude individui di genere maschile e femminile, mentre il termine lesbica indica solo il genere femminile. Secondo il dizionario della lingua italiana:
omosessule: si dice di chi prova attrazione sessuale per individui del suo stesso sesso; anche, di ciò che ha diretta attinenza con tale condizione: amore, rapporto, coppia omosessuale. Lesbica: donna omosessuale]. Coppie formate da omosessuali rivendicano gli stessi diritti riservati al marito e alla moglie; reclamano perfino il diritto di adozione. Donne che vivono un'unione lesbica rivendicano diritti analoghi, esigendo leggi che diano loro accesso alla fecondazione eterologa o all'impianto embrionale. Inoltre, si sostiene che la facilità offerta dalla legge di formare queste coppie insolite deve andare di pari passo con la facilità di divorziare o ripudiare [vorrei precisare una cosa: nessuno vuole ripudiare nessuno, non siamo figli di Allah, né tantomeno seguiamo la legge coranica. Ma se si chiede il diritto al matrimonio è ovvio che si chiede il diritto, direttamente connesso, al divorzio. Non vedo perché un eterosessuale possa sposarsi oggi e divorziare domani, mentre un omosessuale (in caso gli venga riconosciuto il diritto al matrimonio) debba rimanere sposato a vita].
[...] Solo l'amore tra uomo e donna è fondamento del matrimonio e questo della famiglia umana che trasmette la vita ai figli e li educa per la vita sociale. Uomo e donna sono i genitori chiamati alla paternità e maternità in un modo che supera tutti gli altri modi di trasmissione della vita nel mondo.>>
Non è finita.....c'è spazio anche per l'aborto
<<Banalizzare l'aborto [e chi lo sta banalizzando? Non penserete che chi è a favore dell'aborto sia un carnefice con il gusto per il sangue? E questo nonostante io sia, per certi versi, contrario all'aborto] trasfomerebbe il delitto in diritto. Oggi si pretende di banalizzare in qualche modo l'aborto con il pretesto che l'autorità non deve penalizzare questo delitto abominevole. [Il delitto abominevole, e oltrettutto di massa, è il divieto dell'uso del preservativo e dei contraccettivi in genere....e intanto milioni di africani muoiono di AIDS]. Essere su questa linea significa ridurre o negare che il delitto, per il fatto stesso di esserlo, richiede una pena. Non è concepibile che un delitto resti impunito [alla faccia del "porgi l'altra guancia" e del perdono]. Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perchè contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa e proclamata dalla Chiesa.>> 6/4/2006 L'ennesima strageDopo la strage di Haditha e di Ishaqi (per le quali vengono accusati i militari USA) un'ennesima strage, ma stavolta i militari americani non hanno responsabilità dirette; e questa non è l'unica.
E' stato un gruppo di guerriglieri a simulare un posto di blocco; hanno fermato tre mini-bus, hanno fatto scendere gli occupanti e li hanno trucidati a sangue freddo: 24 persone (22 sciiti e 2 curdi) di cui 12 studenti delle scuole superiori che dovevano sostenere un'esame.
Quale rabbia può scatenare una violenza tale da far ammazzare a sangue freddo, senza motivo, 24 persone e soprattutto dei ragazzi? E non venitemi a dire che quelli sono dei rivoltosi che lottano contro l'aggressore americano perché allora vi sputo in un occhio!!
Assassini sono gli americani, assassini sono i terroristi iracheni (o presunti iracheni...) e a farne le spese sono sempre i soliti civili innocenti, che la democrazia (forse) la vogliono realmente. 6/2/2006 Auguri alla Repubblica Italiana......dovevano rovinarci anche questo giorno!Un profondo augurio alla Repubblica Italiana e un serio ricordo a chi ha dato tanto, nonché il sangue, per questa nobile causa
2 giugno 1946 - 2 giugno 2006: sono passati sessant'anni dal referendum con il quale gli Itailani preferirono la Repubblica alla monarchia.
Dovuto rispetto anche per i monarchici che presero circa 2milioni di voti in meno; in realtà i voti erano molti meno: ci si riferì ad una maggioranza in base ai votanti e non ai voti (ignorando quindi le schede bianche e nulle), una scelta del tutto in contrasto con la legge. Ma ogni tanto le illegalità fanno bene
Oggi quindi le strade delle nostre città si riempiono di festa.....e sai che festa!!!
Tutto rispetto per le parate militari, e soprattutto per quei poveri ragazzi (in realtà per niente poveri) che devono marciare come pedine al cospetto delle autorità, al cospetto dello Stato. Ebbene sì, oggi a Forlì un'ennesima prova di quello Stato che critico tanto, uno Stato che è un mostro, un animale, un qualcosa di divino, insomma non siamo di certo noi quello Stato: davanti alla prefettura, in alta uniforme, le truppe in rappresentanza dei carabinieri, polizia, vigili urbani, ecc. Personalmente non sapevo che anche i vigili urbani avessero partecipato alla resistenza!!! Dobbiamo ringraziare anche loro quindi?
In piazza Saffi non potevano mancare le tribune per lo spettacolo che di lì a poco si sarebbe svolto, ovviamente tutti posti riservati....e ovviamente vi era seduta chi? La solita borghesia diessina forlivese! Sempre lei, peggio della vecchia DC, peggio del fascismo che nel Ventennio governava Forlì.
Ma ci rendiamo conto di che giorno è oggi? Come si può aprofittare di una data del genere per farsi lo spettacolino in piazza con tutte le varie divise, con il Sindaco, il Prefetto, il Questore, il Banchiere, il Presidente di qui, il Presidente di là, l'Assessore, il Generale, l'Imprenditore, il Segretario di partito e chi più ne ha più ne metta, e con tutti i loro discorsi e dichiarazioni vuote?
Personalmente ignoro completamente questi figli dello Stato (lo Stato animale); oggi e non solo, per la nascita della Repubblica Italiana, voglio solo ringraziare i nostri nonni che andarono a votare, i nostri nonni morti per liberare l'Italia e per consegnarla alla democrazia (in piazza Saffi tempo fa non ci stava la borghesia diessina forlivese a guardarsi lo spettacolo; c'erano sì le parate militari, ma le parate fasciste! E soprattutto c'erano i nostri nonni partigiani e non, morti ammazzati e appesi ai lampioni della piazza!...e se volete vedere questi lampioni, beh, non dovete andare in nessun museo. Stanno ancora lì con tanto di fascio littorio) e anche ringraziare quei politici che hanno saputo mediare ed evitare all'Italia post-conflitto un'ennesima guerra civile (quella tra monachici e repubblicani), e ringrazio anche il "Re di maggio", l'ultimo Re d'Italia Umberto II di Savoia, che dopo un braccio di ferro per tenersi il potere alla fine gettò la spugna e consegnò i suoi poteri a De Gasperi. Non dimentichiamoci di quel che è stata la storia.
Per ritornare ai nostri giorni invece.... parliamo della parata che si è tenuta a Roma questa mattina come ogni anno. Sono più o meno d'accordo con una parata (non solo militare), ma quest'anno trovo giusta la decisione di non far sfilare mezzi corazzati, carri armati e armamenti vari. Mi avrebbe ricordato la visita di Hitler a Roma (quella volta i carri armati erano finti!!!) o le parate dell'Armata Rossa davanti a Stalin.
Concludo con una dichiarazione del Signor Caruso (il "disobbediente scissionista" del Prc), lungi da ottenere la mia simpatia, che nonostante tutto qualcosa di intelligente stavolta l'ha detta:<<Io ho già invitato personalmente Fausto Bertinotti a non assistere alla sfilata militare. Gliel’ho chiesto personalmente, quasi implorandolo, e fino all’ultimo spero che lui mi dia ascolto. Detto questo mi sembrano comunque piuttosto ridicoli certi richiami alla coerenza da parte di alcuni esponenti della sinistra...[...] perché alcuni di loro erano al governo, quando da Palazzo Chigi arrivò l’ordine ai nostri caccia di bombardare le città dell’ex Jugoslavia. Con quale coraggio, ora, pretendono di darci lezioni di coerenza pacifista?>> |
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